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Non è possibile apprezzare a pieno la polivalenza di un album come “Gustav Mahler: Dark Flame” senza tenere presenti le straordinarie anticipazioni contenute nel precedente “Urlicht / Primal Light”, lavoro per certi aspetti epocale (permise tra l’altro a Stefan Winter di fondare la prestigiosa label Winter & Winter) nonchè di primario interesse per la comprensione dei rudimenti dell’arte mahleriana e della sperimentazione libera e temeraria di Uri Caine nell’ambito dell’avanguardia jazzistica e della musica colta. In questo nuovo album il pianista americano ritorna a Mahler, ma lo fa in maniera estremamente disinvolta, ampliando e perfezionando la cernita dei materiali musicali, in un gioco di rimandi e citazioni assolutamente scevro da schematismi, e tuttavia sapientemente intessuto su continue modificazioni di tono ed ambientazione, in un eclettismo ai limiti dell’intellettualità ma anche dell’auto-ironia e del buon gusto. Non a caso si è parlato di “pianismo enciclopedico” con riferimento alla straordinaria capacità di Uri Caine di alternare ritmi e sonorità, intuizioni ed atmosfere in modo assolutamente coerente ed unitario, senza perdere di vista cioè il filo conduttore dell’esposizione e dell’intreccio musicale. Un album che per certi versi perfeziona, a distanza di quasi nove anni, l’approccio all’opera mahleriana, trasportandoci da una rilettura in chiave filologica delle sinfonie ad una rilettura più minimalista e assortita della “liederistica popolare”. A questo “eclettismo” contribuisce vieppiù l’organico (rinnovato per l’occasione), costituito da personalità provenienti dalle più svariate esperienze artistiche, tuttavia riunite intorno ad un progetto coeso, con risultati tanto imprevedibili quanto straordinari. Vi si ritrovano, infatti, messi a confronto, una poetessa russo-emericana, un attore tedesco, una cantante gospel, un coro classico ed ancora vocalist ebraici e cinesi. Così, si passa da una tipica atmosfera mahleriana ad una tranquilla serata in un jazz club newyorkese (“Dark Flame”), dal coro classico allo spiritual, dall’operretta al vaudeville, da una esotica casa da tè cinese (“The Lonely One In Autumn, On Youth”) ad una parrocchia americana (“Only Love Beauty”), fra swing, ballate, marce e rapsodie, violini, fiati e chitarre, a soli di batteria e divagazioni elettroniche, Uri Caine ci introduce abilmente nel suo “universo” sonoro, tragico ed ironico ad un tempo, complesso e disincantato, come lo era “ab origine” quello di Mahler. Ed è proprio su delle partizioni originali (“Die Kindertotenlieder”, “Das Knaben Wunderhorn”, “Die Rückertlieder”, ecc.) che si appoggiano Uri Caine ed i suoi collaboratori (Jim Black, Ralph Alessi, Mark Feldman, Don Byron ed altri ancora), nella messa a punto di un lavoro assolutamente originale, poliedrico, libero e creativo. E lo fanno con navigata esperienza, con classe e fantasia, ognuno consapevole del proprio ruolo. Un album quanto mai indovinato, dopo lavori spesso incerti e riletture non sempre del tutto convincenti, che ci restituisce un Uri Caine, bisogna dirlo, ai massimi livelli.
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