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Mi ero quasi rassegnato a dover stilare una recensione da 6 meno meno per questo nuovo CD dei Beasties, quando in dirittura d’arrivo, a Track 12, è arrivata l’improvvisa sferzata. Si chiama “An Open Letter To New York” ed è la ragione per cui questo “To The 5 Boroughs” non può e non deve passare inosservato. Inizia con la vigorosa ritmica di chitarra campionata da “Sonic Reducer” dei Dead Boys, su cui si innestano le voci di Adrock, MCA e Mike D che recitano il memorabile chorus (di sicuro più memorabile di quanto non appaia su carta): “Brooklyn Bronx Queens and Staten, from the Battery to the top of Manhattan, Asian, Middle-Eastern and Latin, Black, White – New York, You Make It Happen”. E via rappando, con una lettera aperta a New York City, una manifestazione d’affetto che viene dal profondo delle viscere di questi tre monellacci – oggi cresciuti, imbolsiti ed ingrigiti – che per quanto ne so si erano ad un certo punto distanziati dalla loro città natale in cui si erano conosciuti (Upper East Side: si trattavano bene) per andare a svernare nell’assolata California, ma che dopo l’11 settembre hanno sentito il bisogno di ritornare per dare man forte alla Grande Mela in via di rinascita. Aldilà delle liriche, azzeccate come di rado sono i testi rappati, “An Open Letter To New York” è una perla (electr-ossover?) che in un colpo solo riporta i Beastie Boys all’avanguardia dell’hip-hop, che possiede la stessa valenza rivoluzionaria di un “No Sleep Til’ Hammersmith” e che ti si attacca addosso – e non ti si stacca – come e meglio di un “Intergalactic”. Bizzarro, perché il resto dell’album – a partire dal singolo “Ch-Check It Out” – mi appare come un gigantesco nostalgico balzo all’indietro, in uno stile “old school” (databile ’88-’89) solo in parte aggiornato da qualche sonorità di fondo “ambient”, che rappresenta una soluzione fin troppo scontata per un trio di quasi-quarantenni sulla breccia da anni come i Beasties. Contiene, certo, i suoi episodi brillanti, come le incisive e minimali “Right Right Right Now” e “Rhyme The Rhyme Well”. Ma ci sono anche delle inusitate cadute di tono, come quando, in “Triple Trouble”, alla ricerca dell’old school, intruppano in un campione della “oldissima” – e a mio parere non più proponibile, non da Mike D, AdRock e MCA quantomeno – “Rapper’s Delight” della Sugarhill Gang. Si tratta di un excursus nostalgico gradevole, “To The 5 Boroughs”, ma, come dicevo, da sei meno meno, e con un paio di “protest raps” contro l’attuale amministrazione USA che rischiano di invecchiare presto, allo stesso modo in cui sono datati certi brani dei folksingers degli anni Sessanta che attaccavano Lyndon Johnson, e che non sono rimasti nella Storia. Fortuna che “An Open Letter To New York City” riscatta quasi in toto le magagne di “To The 5 Boroughs” e si propone fin d’ora per diventare il nuovo inno non ufficiale della metropoli dell’East Coast, in sostituzione dei soliti noti del secolo scorso firmati Sinatra e Minnelli. L’Ente del Turismo di New York City, o Mike Bloomberg, o chi gli succederà, prendano nota.
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