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Bachi da Pietra
Necroide
2015
Tannen Records/La Tempesta
di Giuseppe Celano
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Arrivati al sesto lavoro in studio, sono passati di anni da quando il duo si occupava di scarno blues del delta, Bruno Dorella e Giovanni Succi si sono innamorati del metal iniziando a mostrare i primi sintomi della malattia già con il precedente “Quintale”. Seppur contenuti, i segnali erano pur sempre palpabili, con ”Necroide” lo stadio è avanzato in modo irreversibile. Non si torna indietro, batterie ottundenti, voce funambolica che salta da un registro all’altro, a metà strada fra growl e rappato, e chitarre con a fondo corsa ottengono un sound pieno. La lezione del ‘less is more’ viene a mancare, la nuova spinta propulsiva li catapulta in una dimensione che non sembra quasi appartenergli. Tutto è più corposo, anche i testi sono colmi di parole fino al trabocco. Ciò che fu un pulsante blues scheletrico oggi si evolve in una dimostrazione di forza bruta(le), fatta di riff muscolari e mazzate ritmiche. In generale il progetto gira bene ma il sound subisce una battuta d’arresto. La band opta, scelta o necessità, per uno stile di registrazione che evoca fantasmi ingombranti. I nostri non dimenticano le proprie radici che omaggiano con devozione, strizzando l’occhio alla pentatonica e al (proprio) passato in Tarli Mai (l’ironia non gli è mai mancata). In questo passaggio li vedremmo duettare bene con i B.S.B.E. Fascite Necroide (il riferimento a Jeff Hanneman è palese) ha una marcia in più, il cambiamento è dettato dalla necessità oggettiva di rimodellarsi partendo dal proprio io. La mutazione della direzione musicale è solo il frutto di una rivoluzione psichica. Non riusciamo proprio a immaginarli seduti su posizioni comode. Preferirebbero smettere invece di ripetersi in un codice impazzito sempre identico a se stesso. Non tutto è a fuoco, l’avevamo detto sin dall’inizio, discutibile se non addirittura fastidiosa la scelta del vocoder in Apocalinsect, brano che rievoca il fantasma degli anni ‘80 palesati nella figura dei Cure di “Lullaby”. In Virus Del Male i due monoliti, ora rivestiti di lucido metallo nero, sfruttano linee melodiche accattivanti e un andamento calmo. Feroci passaggi trash in Feccia Rozza ripiegano velocemente sul doom di Cofani Funebri. Ce n’è per tutti i gusti insomma. Sebbene imperfetto e insicuro in alcuni passaggi, il disco dei Bachi Da Pietra regge alla violenza del mostro, che si contorce dentro la nuova struttura metallica, mantenendo sangue freddo e muso duro. Una delle band più viscerali e potenti della penisola che, nonostante lo scorrere del tempo, riesce a mantenere ancora una forma vincente.
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//www.youtube.com/embed/LtizDbRXDRg
17/10/2015 -
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