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Kings of Convenience
Riot on an Empty Street
2004
Astalwerks/EMI
di Roberto Pizzichetta
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Che fosse fortemente sospirato questo nuovo capitolo del duo nordico è verità pressoché inconfutabile. Ed ancor più rafforzata dall’ ottimo e chiacchierato esordio del 2001 prima e dalle successive e repentine “schizofrenie elettroniche” di Erlend Oye poi. Ora, a tre anni di distanza da quel raggiante predecessore, Erlend ed Eirik danno alla luce una nuova raccolta di pregiate armonie acustiche; un continuo alternarsi tra solarità (o comunque tentativi di una forma di ballata danzante e malinconica al tempo stesso) e momenti decisamente più rarefatti in cui le voci, solitamente sotto dettatura di soffici arpeggi chitarristici, sono assolute protagoniste di nitide seduzioni sonore. Dove sta l’ imbroglio? Non c’è… almeno che voi non abbiate trascorso il tempo a fantasticare su come potesse effettivamente essere il nuovo corso del duo dopo la sorpresa di “Quiet is the New Loud”. Pensieri del tipo: “Già me lo immagino, elettronica alla Royksopp…” o: “Sarà molto vicino alla new soul(!?)” inoltre: “molto più rock, of course…”. Ecco, se vi siete fatti riflessioni di questo tipo, rischiate di rimanere delusi da questo “Riot on an Empty Street”; semplicemente perché non aggiunge praticamente nulla a quanto già espresso fino ad ora. Si certo, c’è una maggiore maturità e consapevolezza negli arrangiamenti e nella produzione, ma dopo tutto è stessa materia; solo più levigata ed approfondita. Nonostante tutto, le emozioni non mancano e gemme come l’iniziale “Homesick”, la ballata a tempo di bossanova “Know How” e la superba “Surprice Ice” sono lì a dimostrare (se mai ce ne fosse bisogno) quanto i due si confermino invidiosamente abili nell’assemblare siffatte delicatezze conservando come priorità la melodia, che essa sia dedita alla giusta dose d’influenza bacarachiana (“Live Long”) piuttosto che un approccio un po’ più danzereccio (“I’d rather Dance with You” e “Love is no big truth” sono, in questo senso, da considerarsi due figlie di “Unrest” in chiave acustica). Insomma, i Kings of Convenience rimangono dei re delle suggestioni e graditi ambasciatori di quei batticuori estivi di cui si ha sempre bisogno, per sentirsi vivi e non solo viventi. Perciò, raro caso di album (copia carbone) concepito con sana passione e con una propria luce che sembra non spegnersi neppure quando tale sorte sembrava essergli ormai fatale. Questione di classe, dico io. E con tutte le possibili probabilità di reazione, in questi casi, prendere o lasciare.
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01/07/2004 -
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