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Phoenix
Alphabetical
2004
Source / Virgin / Emi France
di Renzo Stefanel
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I Phoenix sono già dei piccoli classici. Sempre uguali a se stessi ma perfettamente in grado di offrire tutte le variazioni sul tema (il loro è lo stop & go) necessarie a non annoiare mai, suonando sempre diversi. Se c’è una band del passato cui paragonarli per questo, i Supertramp di “Breakfast in America” sono l’esempio migliore, pur con tutte le differenze del caso. Ci sono massicce dosi di soul bianco e ballate disco fine anni 70 nel dna dei Phoenix a segnare le distanze. “Alphabetical”, seconda prova, non delude ma riconferma l’affetto di chi li ha già amati. E semmai mostra una maggiore maturità del precedente. Thomas Mars canta deliziosamente con quel tono caldo, ma malinconico e distaccato, perfino un po’ annoiato, da perfetto crooner del XXI secolo. È un autentico dandy che per il suo approccio vocale annovera come padri tanto Jamiroquai che Brian Ferry. Il disco è bello è gradevole. “Everything is everything” è quel singolone riempipista che ha animato gli alternative dancefloor in primavera, “Run run run” il suo degno successore. “I’m an actor” è intensa e cupa, “Love for granted” una ballata d’amore che può ricordare perfino il Neil Young di “On the beach”, “Victim of game” mostra delle tastiere alla Supertramp, mentre quelle di “(You can’t blame it on) anybody” guardano agli Steely Dan. “If it’s not with you” segnala un piccolo mistero, perché nel retro copertina è accreditata come “Congratulations” e commuove con le bellissime tastiere del finale. “Holdin’ on together” sembra figlia di uno Jamiroquai trattenuto, seguendo la lezione soul di fine anni 70, “Alphabetical” fa pensare commossi ai Prefab Sprout. Il clima dell’album è generalmente solare e rilassato per quanto riguarda la musica, mentre al contrario i testi sono quasi sempre malinconici e tristi. Si sorride solo in “(You can’t blame it on) anybody” dove il corteggiamento in stentato inglese di una ragazza non ha molto successo perché “lei non capisce, dev’essere italiana”. Alla fine si ha l’impressione di aver passeggiato lungo una spiaggia bretone, d’inverno, perché i Phoenix si portano dentro tutta la dolce e inquieta mestizia dell’oceano d’inverno. Ed è con questa forza tranquilla che i Phoenix lavorano alla ridefinizione del pop.
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24/06/2004 -
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