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Sondre Lerchè
Two way monologue
2004
EMI
di Renzo Stefanel
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Dalla copertina (foto di Mick Rock!) guarda interrogativo, il ventunenne Sondre Lerche da Bergen, Norvegia. E già, perché al secondo disco, proveniente da un paese che nonostante abbia dato al mondo Motorpsycho, A-ha e una influente scena metal i più considerano con sufficienza, questo bel giovanotto biondo dagli occhi azzurri non deve dimostrare nulla. È piuttosto il cliente del negozio di dischi a doversi dimostrare alla sua altezza. “Two way monologue” è infatti un capolavoro, il disco che gli amanti del pop sofisticato e da cameretta aspettavano da tempo. Lerche cita con disinvoltura i massimi sistemi del pop degli ultimi 40 anni almeno: lo confermano gli accenti fra l’immenso Burt Bacharach e i confinanti Cardigans (ma quelli del primo disco) di “Track you down” e “On the tower”, i preziosismi di scuola Prefab Sprout della title track “Two way monologue”, l’intro à la Strawberry Beatles di “Days that are over”, dolci seduzioni alla Divine Comedy in “Stupid memory”. Si permette perfino di risalire più indietro nel tempo, il giovanotto, sfiorando climi alla Tin Pan Alley in “Wet ground” (più Mel Tormè che Frank Sinatra, però, essendo quest’ultimo un po’ troppo sguaiato). Il tutto rivissuto e riproposto in maniera estremamente personale, tra delicate chitarre acustiche, melodie dalle traiettorie leggiadre e imprevedibili, fresche brezze di archi, tastiere dolcemente cantilenanti. E il ragazzo, tra tutto questo rosolio, si permette pure di scrivere nelle note dell’album “To be played loud”. Perché tutto è virilmente trattenuto, senza sdolcinature. Come definire Lerche? Un Kevin Ayers sobrio, un Badly Drawn Boy più raffinato, un Nick Drake sicuro di sé ? Forse tutto questo insieme. Probabilmente il nuovo Bacharach. E il bello è che il ragazzo pare solo alle premesse. Il messaggio che lascia il disco è infatti “Questo è solo l’inizio. Posso fare di meglio”.
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22/06/2004 -
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