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Graham Coxon
Happiness in Magazines
2004
Parlophone
di Roberto Pizzichetta
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Pare che questa volta sia proprio una cosa seria. Non che prima non lo fosse – l’esordio “The Sky Is Too High” d’altronde era un bell’ascoltare, un gioiellino di ispirato cantautorato in bassa fedeltà – ma alla vigilia del suo nuovo lavoro, Graham Coxon, si veste di tutto punto e tenta il colpaccio con un disco – tanto vale dirlo subito - delizioso. Molti i folgori primaverili e i chicchi delle scorse seminate che si concretizzano, fiorendo e mostrandosi in tutto il suo splendore. Così già il principio è un gran bell’avvio. “Spectacular” e “No good time” sono figlie di un sentire palesemente clashiano in cui i furori chitarristici si combinano a delle melodie vocali praticamente inappuntabili. Con “Girl Done Gone” si rispolvera l’abito a lungo riposto nell’armadio, il miglior blues. Ed esattamente il blues ‘alla Coxon’ con il feedback delle chitarre strozzate che disseminano una calda elettricità, una vampa di nervosismo ed il prodigo aroma del timbro di un Marshall valvolare. Ma il caro Graham – ed i fans dei Blur dovrebbero ormai saperlo - non poteva far difetto sulla sua maggiore qualità, la canzone pop: questa spesso generata da un amore sconfinato per la musica americana alternativa dei primi ’90 combinata alla necessaria devozione verso i Fab four. Ciò fa si che “Bittersweet Bundle of Mysery” rievochi proprio l’ex gruppo e per certi versi il pop brillante ed ironico dei Grandaddy, ma con una propria e ravvisabile personalità indie. Poi, esemplari casi sullo studio dell’evoluzione del pop per cosi dire “ingegnoso”. A proposito, “All over me”, “Hopeless Friend”, la contagiosa “Bottom Bunk” e “Don’t be a Stranger” – peraltro tutte magnifiche – sono una benvenuta carezza per le nostre insaziabili orecchie. C’è ancora spazio per alcune allettanti sorprese; anzitutto l’inaspettata e seducente atmosfera western di “Are you Ready?”, il ’77 nei filmini d’epoca in 8mm. nella saltellante “Freakin’out” e, per finire, la risoluzione con la gemma psichedelica di “Ribbons and leaves”. Dunque, a conti fatti, nulla stona e tutto è in grado di ammaliare fin dai primissimi ascolti, non perdendo in longevità. Non è perciò un’eresia affermare che nella sua solita indisciplina questa volta Coxon è riuscito a far convivere istinto e ragione ed ha sfornato un bijoux di colori ed inattese attrazioni che per suddetto motivo risultano ancora più appaganti. E poi sapete cosa? In questo “Happiness in Magazines” il suo autore si è dilettato (e molto bene) in ogni strumento presente nel disco ad eccezione delle orchestrazioni e qualche spartito per organo e pianoforte eseguito da un amico. Alle manopole Stephen Street. Che dire, tanto di cappello.
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18/06/2004 -
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