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Preziosissima ristampa - in occasione del 50mo anniversario dalla nascita del rock'n'roll, datata 1954 - di uno dei 3 imprescindibili album di studio del “divin” Chuck Berry (gli altri due sono “After School Session” del ’57 e “Berry Is On Top” del ‘59), e per cui è il caso di raccontare la storia. Quando Berry uscì di galera nell'ottobre del '63 – vi era finito per una controversa faccenda di prostituzione minorile - era dato da tutti per finito, come del resto lo stesso rock'n'roll primigenio, sopraffatto dagli scandali, dalla morte di Buddy Holly, dalle sirene hollywoodiane di Elvis, nonché dalla nascente Beatlemania. Berry, però, non si diede per vinto, e all'inizio del '64 tornò ai Chess Studios di Chicago per incidere alcune canzoni che aveva composto dietro le sbarre. La prima a uscire fu "Nadine" (non compresa, chissà per quale motivo, neanche tra le "bonus tracks" di questa edizione) che fu un successo da top 40. Ancor meglio andò il successivo singolo "No Particular Place To Go" (in realtà una ripresa del tema di "Schoolday", hit di Berry nel '57), che è a tutt’oggi uno dei suoi brani più noti, quanto meno nel Regno Unito. Tuttavia, il vero motivo per cui l'anno di grazia 1964 si rivelò memorabile per Berry risiede nello status di mito improvvisamente accordatogli, sull'altra sponda dell'Atlantico, dai quei giovanotti britannici facenti parte della cosiddetta "British Invasion". Pensate: quell'anno i Beatles incisero la loro versione di "Roll Over Beethoven", e "Come On" fu la facciata A il primo singolo dei Rolling Stones, a testimoniare un ideale passaggio di testimone dalla prima alla seconda generazione del rock. E John Lennon disse: "Se si volesse dare un altro nome al rock'n'roll, lo si potrebbe chiamare Chuck Berry". Non essendo grullo, Berry prese la palla al balzo e intitolò l'album del suo grande ritorno sulle scene "Da St. Louis a Liverpool", come a dire che il rock’n’roll l’aveva inventato lui (cosa parzialmente vera…). Si trattava e si tratta di un disco validissimo, contenente alcune delle più incisive canzoni mai scritte in ambito r'n'r: basti citare "You Never Can Tell", che dopo essere stata inserita nella colonna sonora di "Pulp Fiction" conoscono anche i tuberi; la trascinante "Promised Land", una delle canzoni più "coverate" della storia della musica (tutta da ascoltare la versione che ne diede Elvis negli anni ‘70); la già citata "No Particular Place To Go", l'iniziale "Little Marie", e la simil-"Johnny B. Goode" "Go Bobby Soxer". Per contro, come di prammatica in quel periodo storico basato sui 45 giri, "St. Louis To Liverpool" propone anche la sua buona dose di riempitivi come il generico blues natalizio "Merry Christmas Baby", e lo strumentale furbescamente intitolato "Liverpool Drive". Sarebbe stato bello se Berry avesse inciso la "sua" versione di una qualche canzone di quel quartetto di Liverpool che tanto lo idolatrava, come poi fecero le Supremes qualche mese più tardi. "St. Louis To Liverpool" resta comunque un basilare documento storico/sonoro, e fornisce un'ottima, complessiva rappresentazione dell'arte di Chuck Berry in quel fatidico 1964. Se già possedete almeno un "Greatest Hits" del cantante/chitarrista/compositore di St. Louis, non fatevelo mancare.
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