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Se volessimo descrivere con due parole questo collettivo napoletano nato nel 2006 e giunto alla terza prova sulla lunga distanza diremmo che sembrano un incrocio tra 99 Posse e Einsturzende Neubauten, con una spruzzatina di Arbore e Carosone a legare il tutto, e un pizzico di samba, bossanova e son cubano a renderlo più saporito. Ma aldilà delle similitudini, quello che colpisce è l’idea di fondo che questa band ha sviluppato per un album che è una sorta di concept, un viaggio nelle miserie esistenziali della metropoli impazzita i cui ritmi frenetici sono scanditi dalla Fabbrica, centro di gravità permanente che qui assurge al rango di essenza metafisica. Perchè «la Fabbrica ha la voce di un gigante / la Fabbrica sarà la tua divinità»”. ”Apoclypse Town” è uno di quei dischi da ascoltare per intero, prestando attenzione ad ogni singolo rintocco e dove ogni pezzo è premessa del successivo e conseguenza del precedente. Quattordici tracce legate l'una all'altra, da gustare seduti in poltrona come se si stesse guardando un film dove il protagonista è un uomo qualunque che senza saperlo saprà interpretare il sentimento dei suoi simili e guidarli in un viaggio verso la libertà. Apocalypse Town è una città immaginaria, paradigma delle moderne megalopoli, dove i ritmi sono frenetici, le persone non si parlano più e i luoghi di aggregazione sono scomparsi. Il viaggio inizia in quella Fabbrica che inghiotte le vite degli operai imponendo loro uno stile di vita meccanico, ripetitivo, fatto di giorni sempre uguali. Nella Fabbrica riecheggiano inquietanti i rumori della catena di montaggio che sembrano fondersi con le urla atterrite degli esseri umani. I suoni sono stati ottenuti utilizzando veri strumenti da lavoro mischiati con percussioni, quali trapani e lucidatrici sfregati su campanacci, rullanti con frenomacchina e macina bulloni. Come a dire il futurismo cent’anni dopo il futurismo. Ma ci sono anche strumenti musicali auto-costruiti, come psycho-sitar e mollofono. Tutto materiale che viene utilizzato anche in tour durante i concerti e che contribuisce a creare ambientazioni oniriche ed agghiaccianti, con quel sax fluttuante in sottofondo a dare un tocco noir a tutta la faccenda. Il risultato è un magma sonoro di angoscia e disperazione dal quale sembra non esserci via d’uscita. Dalle nebbie dell’oscurità emerge però la figura di un operaio senza nome che sarà protagonista di un percorso evolutivo, tra consapevolezza e fuga, sogni e ribellione. L’operaio senza nome sogna ad occhi aperti sulla catena di montaggio e immagina una vita senza turni e debiti. Egli non sa più ascoltare i battiti del proprio cuore, coperti dai rumori della Fabbrica, e sa di essere solo un piccolo ingranaggio in un meccanismo più grande di lui. Eppure, come ogni ingranaggio, anche lui è fondamentale, perchè lui «produce, mangia e dorme / se si ferma lui tutto è perduto, tutto crolla, tutto è in avaria”. Decide quindi di scappare trascinando con sè tutti gli altri. E il meccanismo va in tilt. In città è il panico, Apocalypse Town si svuota, fatta eccezione per quei pochi che rimarranno a godere della fine di un'epoca. Addio turni, addio catene di montaggio, addio sirene, stridii e campanacci. Le autostrade diventano campi in fiore, l’aria è pulita e non nevica più grigio. E' la nascita di una nuova specie che tornerà alla terra e vivrà per sempre in sintonia con la natura. Perchè «questo è un tempo un po' anormale / si regredisce per creare». Ma aldilà dei contenuti, la cosa interessante sono le modalità di realizzazione di questo lavoro straordinario. Così come l’operaio senza nome cerca e trova un’alternativa agli schemi imposti, anche la band ha cercato e trovato una soluzione alternativa per la produzione di questo disco affidandosi all'antica pratica del baratto. No crowdfunding, no moneta. Solo scambi. Tipo io costruisco lo studio a te, e te concedi lo studio gratis per un mese a me. La band infatti ha lavorato per un mese alla costruzione di una delle sale di ripresa dello studio, seguiti giorno per giorno da un architetto, in cambio di un mese di registrazione. Stessa cosa per il packaging, le scenografie dei concerti e i costumi di scena. Sì perché The Gentlemen’s Agreement è un’esperienza da vivere a tutto tondo, anche dal vivo. Un’esperienza nuova fondata su una pratica vecchia come il cucco: noi paghiamo il biglietto e loro ci regalano emozioni. In fondo, sempre di scambi si tratta.
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