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Si sa, di una ragazza non troppo attraente si dice che è “simpatica”. E di un disco che non ci ha convinto in pieno, ma che comunque reputiamo degno di un ascolto, si usa dire che è “interessante”. Comunque: per venire a questa seconda (ed ultima, stando alle voci che danno i cLOUDDEAD per disciolti) prova del trio di Oakland, California, è più facile elencare ciò che non è. Non è certamente hip-hop, non è musica di ambiente, e non appartiene al filone cosiddetto “folktronico”. Il fatto è che questo incatalogabile “Ten” contiene nelle sue dieci tracce un po’ tutti questi generi – e sottogeneri – con, talvolta, una spruzzata di new wave nevrotica fine anni ’70. Un album in qualche modo unico, pertanto, che come il precedente prende il via dall’hip-hop da college “più bianco del bianco” esercitato dai tipi della scuderia Anticon, per spingersi tuttavia più in là, “oltre” l’hip-hop come lo conosciamo. Alla base c’è sempre la tecnica “taglia e incolla” ereditata dall’hip-hop più ardito e avventuroso; il prodotto finale, però, è qualcosa di totalmente “altro”, che talvolta rasenta l’effetto-tappezzeria-sonora. Restano pallidi, ad esempio, i brani più ambient, quali “Rhymer’s Only Room” e “Physics Of A Unicycle”; colpiscono invece nel segno, i tre cLOUDDEAD Why?, Odd Nosdam e Doseone, in episodi come “Dead Dogs Two” e, in particolare, “The Velvet Ant”, in cui il cut’n’paste si unisce ad esplosioni melodiche e vocalizzi nevrotici che fanno tornare alla mente il Mark Mothersbaugh dei Devo epoca “Are We Not Men?”. Interessante, davvero, e non mi stupirò più di tanto se “Ten” riscuoterà l’incondizionata approvazione di uno come Brian Eno. Ora però fatemi rimettere sul lettore quell’ignorantissimo CD di 50 Cent.
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