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Era dall’epoca di “Dream Of Life” che non ascoltavamo un disco di Patti Smith così bello, era dal 1988 che la sacerdotessa del punk rock USA aveva smesso di fare musica, perdendosi in una lunga teoria di “reading” poetici quanto si vuole ma poco sostenuti da un valido substrato musicale. La ritroviamo adesso in splendida forma, di nuovo sulla scena, per niente affatto intaccata dallo scorrere del tempo e fermamente intenzionata a ripercorrere quella strada che alla fine degli anni settanta la portò a concepire capolavori come “Horses”, “Radio Ethiopia”, “Easter” e “Wave”, album che sono rimasti poi nella storia del rock. Affiancata dall’amico di sempre Lenny Kaye alla chitarra elettrica e da Jay Dee Daugherty alla batteria (i soli reduci del Patti Smith Group), con Tony Shanahan al basso e alle tastiere, con Oliver Ray, il suo nuovo compagno, alla seconda chitarra, Patti Smith ci regala undici nuove composizioni che confermano la ritrovata vena creativa e quell’irrefrenabile gusto per la dissonanza proprio della cultura underground americana. Chitarre distorte e altisonanti introducono la vocalità evocativa e ribelle di “Jubileee”, dove Patti torna acida e corrosiva come una volta, “Mother Rose” e “Cartwheels” invece sono due splendide ballate lente, cadenzate e sognante. E’ con “Stride Of The Mind” che ritornano le dimensioni alterate, fioccano le sferzate elettriche e la base ritmica è volutamente ossessiva ed insistente: un vero capolavoro! La poetica pacifista e le tematiche anti-militariste di Patti Smith raggiungono l’apice creativo su brani come “Gandhi” e - più avanti - “Radio Baghdad”, quest’ultima molto simile in quanto a struttura armonica, negli accenni psichedelici, nella grida e nelle invocazioni alla non dimenticata “Radio Ethiopia” di una ventina di anni fa. “Trespasses” è una ballata acustica, delicata e preziosa, fatta di niente, disarmante però per come mette a nudo un’anima. Su “My Blakean Year” Patti torna ad un rock and roll rasposo e coinvolgente, le chitarre vengono strofinate con la malvagità necessaria in una sorta di ambientazione “western” un po’ folle e visionaria, ma d’altronde come mai potrebbe essere diverso il suo personale tributo a William Blake?!? “Peaceable Kingdom” è un altro inno alla non violenza dedicato idealmente all’amministrazione Bush (ma tanto loro questa musica non la sentono), mentre “Cash” è una ballata ipnotica oltre modo godibile che cattura l’ascolto fin dalle prime note. L’episodio finale, breve ma quanto mai intenso, vede come protagonista Jesse Smith, la figlia di Patti, che sulle note di “Trampin’”, prese da un vecchio gospel, accompagna al piano il canto della madre che vede il suo percorso esistenziale qui sulla Terra come il vagabondare mistico di chi cerca di costruirsi una casa su in Cielo. Splendida per integrità e coerenza, acidità corrosiva e purezza d’animo, per quel suo vivere sempre ai margini del “music business”, per la semplicità e la gioia con cui affida alle note di una chitarra elettrica lo stesso potere evocativo di una pagina della Bibbia.
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