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Non soltanto interprete d’eccezione, ma compositrice raffinata e polivalente. Per Diana Krall è finalmente giunto il momento di cimentarsi con un’arte, quella della composizione, che richiede perseveranza ed ispirazione, e lo fa in maniera brillante, versatile, regalandoci momenti di rara intensità e seduzione. Senz’altro uno dei lavori più riusciti e personali, dove la cantante, attraverso un accurato impiego della voce, delicata, sensuale, a tratti calda ed appassionata, ci parla di se stessa, delle sue emozioni, degli affetti e delle vicende che hanno contraddistinto la sua vita di cantante e musicista. Ed è proprio questo volersi “calare” dentro se stessa, questo volersi “raccontare” che portano la Krall ad esprimersi in un registro più grave e meditativo del solito. La voce è a tratti soffocata da una lieve raucedine, che sembra voler imprimere un connotato maggiormente intimista ai brani e pertanto ben si adatta ai testi, alcuni dei quali scritti in collaborazione col marito Elvis Costello. Evidenti, sempre in agguato fra le righe, ma mai fuor di luogo, le influenze folk e blues, sapientemente orchestrate, accordate secondo schemi meticolosi. Un modo di suonare dunque sofisticato, elaboratissimo, dove il pianoforte acquista un ruolo essenziale, ovvero una valenza non meno indispensabile di quella della voce. L’intro di “Almost Blue” è davvero una chicca per intenditori, un piccolo gioiello di sonorità bilanciate, messe in equilibrio con maestria, cesellate con buon gusto. Diana strizza volentieri l’occhio a musicisti come Tom Waits (“Temptation”), Mose Allison e altri. Ma è soprattutto Joni Mitchell (“Black Crow”), la vera musa ispiratrice. Presenti anche brani come “I’m Putting Through”, un classico, se così si può dire, caduto nell’oblio. In quanto agli strumentisti chiamati a collaborare a questo lavoro, citiamo in primo luogo Anthony Wilson, figlio del pianista Gerald Wilson, alle chitarre, nonché gli eccellenti Chtristian McBride e Peter Erskine, per quanto concerne la sezione ritmica, che suonano in almeno nove brani (su dodici), mentre è da considerarsi piuttosto estemporanea la collaborazione di John Clayton e Jeff Hamilton (solo 3 brani). Da rimarcare ancora la strumentazione sobria e efficace, che ben si adatta al repertorio, ma soprattutto la performance emozionante e sbalorditiva di una cantante in continua evoluzione, che ha dimostrato - con questo album - di meritare ampiamente il successo che le viene tributato sulla scena internazionale, introducendoci con rara sensibilità in un universo ricco di sorprese e poesia.
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