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Nella vita quando si diventa grandi cambiano molte cose, vale anche nella musica. Quando si è dei “bimbi prodigio” certe porte si aprono prima, tutto inizia ad accelerare, sarà lo spessore (se c’è) a rivelare alla lunga il valore effettivo di una band, distinguendola dai fuochi di paglia, come quelli che da metà anni 00 ad oggi si sono accesi e spenti come tanti cerini provenienti dalla medesima scatoletta. Gli Arctic Monkeys sono stati uno tra i primi, ma poi anziché spegnersi sono diventati più grandi, la loro fiamma si è ingigantita e ormai da almeno due anni sono diventati come una torcia olimpica.
L’esponenziale crescita del loro successo va naturalmente di pari passo con quello delle prospettive, quindi anche delle aspettative che li circondano ed il loro quinto album, AM, è per forza di cose uno dei più attesi del 2013. La rampa di lancio è quella che, se imboccata nel modo giusto, li proietterà nell’olimpo delle grandi band britanniche, quelle che marchiano le decadi, come Oasis e Muse hanno fatto nelle due passate. L’album precedente, Suck It And See, era stato la prova di maturità, un convincente mix di quegli stili che avevano contraddistinto i loro lavori precedenti e non solo. Il tempo è a tutti gli effetti maturo per un cambiamento, è quello che è lecito aspettarsi, non siamo di fronte a uno di quei rari casi (leggasi gente tipo Ac/Dc, Ramones, Motorhead, ecc...) in cui una band può permettersi di fare sempre la stessa cosa e continuare ad essere amata e seguita incondizionatamente. D’altro canto il cambio di look di Alex Turner (diventato un emulo di John Travolta versione Grease), ma soprattutto i singoli che hanno infiammato l’estate, hanno fatto ampiamente capire che AM non sarebbe stato una minestra riscaldata. R U Mine e Do I Wanna Know hanno funzionato alla perfezione, sebbene siano molto simili musicalmente, accattivandosi nuove fasce di pubblico e dando tutta l’idea di una virata verso un rock più autoritario e meno da teenagers.
Dopo un primo ascolto dell’ultima fatica della band di Sheffield la sensazione dominante è che “i pezzi bomba” non arrivino mai, forse perché non ce n’è. In ordine di tracklist le cartucce R U Mine e Do I Wanna Know vengono sparate subito ed essendo già note ai più da due mesi e rotti non creano neppure l’effetto sorpresa, anzi, dopo questa accoppiata iniziale è quasi come se iniziasse un altro disco. L’hanno presa sul serio a quanto pare, ma bisogna che qualcuno spieghi a Turner e soci che la maturità non passa necessariamente per l’abbandono dei pezzi veloci, casinari o ballabili. Il nuovo singolo, Why'd You Only Call Me When You're High, è quello che forse dà l’impronta principale al mood andante del disco, che spesso assume delle sfumature quasi da beat hip hop o r’n’b. Mancano dei momenti strumentali significativi o una vera e propria perla e, per quanto i brani presi uno ad uno siano tutti piuttosto piacevoli, l’ascolto integrale ed ininterrotto dell’album risulta piuttosto stancante, per non dire addirittura noioso.
Nonostante tutto AM non è certamente un lavoro da bocciare, anzi, casomai da esaminare con parametri che finora non eravamo stati abituati ad adottare per gli Arctic Monkeys, ma sostanzialmente è un buon disco, ben suonato e con una sua identità. Certo c’è da dire che i grandi album sono quelli su cui non serve andare a impelagarsi in più o meno avventurose spiegazioni o interpretazioni, semplicemente è lampante come le scimmie artiche abbiano deciso di andare in solitaria ed abbandonare una volta per tutte quelle caratteristiche che li avevano fatti diventare gli alfieri (insieme a The Strokes e Libertines) del genere comunemente ed inflazionatamente definito “indie-rock”. La miscela dei nuovi Arctic è composta nei momenti più esaltanti da riff molto ben scanditi che vanno di pari passo con una batteria perentoria, il tutto con un retrogusto vagamente classic-rock. Si nota anche una crescente propensione verso falsetti e coretti, come su I Want It All o sul ritornello di Arabella, che hanno un po’ di verve, ma scordatevi le accelerazioni dei primi due album o l’acidità degli ultimi due, piuttosto abituatevi ad arpeggi intriganti ed insoliti poggiati su linee di basso molto presenti, non banali ma neanche protagoniste. Poi ci sono le ballate, di ispirazione “lennoniana”, concilianti e avvolgenti, una tra tutte: No. 1 Party Anthem.
A metterci “una buona parola” ci pensa anche Josh Homme, uno dei principali artefici della maturazione artistica degli Arctic Monkeys, che ha definito AM “un disco fico, sexy e notturno. Non dance come sembra, ma moderno, da sala da ballo sexy...” Il frontman dei Queens Of The Stone Age, che aveva prodotto il terzo disco degli Arctic (Humbug), ha collaborato anche in AM aggiungendo parti vocali in One For The Road e Knee Socks, restituendo così la cortesia ad Alex Turner che a sua volta si era aggiunto ai credits dell’ultimo lavoro della band di Homme, Like Clockwork. In definitiva la sostanza di AM è fatta di brani rock-pop decisamente ben suonati e maturi, prodotti con intelligenza (ancora non si può parlare di mestieranza) ed una voglia rispettabile, per quanto più o meno condivisibile nella forma e nelle scelte stilistiche, di prendersi definitivamente la leadership tra le band britanniche di questa decade. Probabilmente il banco di prova più interessante sarà la resa live dei nuovi brani. Dopo il trionfale tour tenutosi nel corso dell’estate infatti gli Arctic Monkeys dovrebbero aver acquisito quella credibilità ed autorevolezza che caratterizza le grandi band. L’appuntamento per i fan italiani si terrà nell’unica data del 13 novembre che avrà luogo a Milano.
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