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Oi Va Voi
Laughter Through Tears
2003
Outcaste
di Hamilton Santià
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E' stato strano vedere un gruppo di cui non avevo nemmeno lontanamente sentito il nome - questi Oi Va Voi - sulla copertina del Mucchio Selvaggio, appunto perchiè ero totalmente estraneo alla loro musica e al loro stesso concetto di esistenza. Dopo un po' di scorrazzate sulla grande rete, vengo a conoscenza del fatto che questo "Laughter through tears" è appunto il debutto di questo ensemble londinese che, seguendo la tradizione sociologica della capitale inglese, concepisce un disco incentrato in una mescolanza ragionata di musiche tradizionali provenienti dall'est europa, dal mediterraneo e dal medio oriente con un pizzico di elettronica tradizionale giusto per rendere più fruibile e "pop" l'ascolto. L'unica cosa che restava oscura era il perchè di tanta rilevanza mediatica in quanto nessuno ad esclusione degli addetti ai lavori aveva sentito qualcosa. Soltanto ascoltando in rispettoso silenzio le traccie di "Laughter through tears" si può notare il taglio caratteristico e la classe (certamente patinata, certamente fighetta e certamente snob a priori) di un progetto che si merita di fatto tutta l'esaltazione mediatica possibile in quanto creatore di una musica veramente interessante sotto tutti i punti di vista. Ovviamente si potrebbe parlare del fatto che oramai la musica etnica o pseudo-tale sia una moda fighetta e degna dei locali che fanno pagare un daiquiri 15 euro, oppure che la base dub e i richiami lounge di canzoni come "A Csitari Hegyek Alatt" sono aggeggiume buono solo per il Buddha Bar e per un disco qualsiasi di Nicola Conte; parliamone pure, premettendo però che difficilmente vedremo gente cool con il mojito in mano muoversi suadentemente con la grazia di un facocero zoppo a ritmo di "Brothers" o "Refugee", perchè qui non si parla di un progetto alla Galliano o St. Germain, qui si parla di una idea musicale che scavalca qualsiasi pregiudizio e qualsiasi barriera per fondere attraverso il solido legame del "pop" delle culture musicali del tutto estranee tra loro (anche se "Brothers" sembra un pezzo di Marco Parente). -------------- Cosa abbiamo in mano quindi? Che definizione possiamo dare? Ascoltare in sequenza "D'Ror Yikra" e "Gipsy", e poi "Hora" e "Pagamenska" toglie qualsiasi dubbio rigurardo al fatto che cercare di definire "Laughter through tears" equivale ad aspettare Godot nel deserto dei Tartari, quindi lasciamo stare e consideriamo oggettivamente il fatto che in undici canzoni questi sei inglesi sono stati in grado di occidentalizzare - senza uccidere - la quasi totalità di musica tradizionale europea in un viaggio lontano dai famosi itinerari tra il tempio di Apollo e lo stretto del Bosforo, dai pianoforti di Lubecca e le colline della Praga kafkiana alle montagne dei Balcani; il tutto avvertendo il lontano eco di un muezzin.
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31/03/2004 -
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