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Blonde Redhead
Misery is a Butterfly
2004
4AD
di Hamilton Santià
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I più informati l'avevano già recensito mesi e mesi fa descrivendolo come la 'grande truffa del fenomeno indie non più fenomeno e nemmeno indie', accusandolo di un'apertura melodica dedicata ai classici fighetti che per darsi un tono fanno i colti dicendo di ascoltare i Blur e di capire fino in fondo "Kid A". Di che stiamo parlando? Di "Misery is a butterfly", nuovo disco dei Blonde Redhead che arriva a quattro anni di distanza da "Melody of certain damaged lemons", il quale non si discostava dal sound ruvido e graffiante di una band ferma tra noise e divagazioni post-punk di scuola Sonic Youth. L'attesa era diventata snervante e probabilmente i fan della prima ora e i 'duri a morire' dell'indie rock non erano pronti a questo spiazzante groviglio di emozioni sotto forma di canzone; soprattutto perchè "Misery is a butterfly" segna un cambio di rotta inaspettato e talmente radicale da non sembrare quasi un disco di Kazu Makino e i fratelli Pace. Infatti, a partire dall'attacco di "Elephant woman" si rimane bloccati nelle atmosfere dilatate ed eteree di una musica che diventa pop e lo abbraccia nella sua variante più sperimentale, ricordando così Flaming Lips, Mercury Rev e alcune cose care allo shoegazing di Slowdive e My Bloody Valentine (soprattutto nell'uno della voce di Kazu, un vero e proprio pennello che dipinge come una delicata carezza i sogni). Ed è comprensibile il motivo per il quale certa gente è rimasta spiazzata da questa opera; in primis, è prodotta da Guy Picciotto e da uno abituato a violentare chitarre elettriche non ci si aspetta una produzione così curata e dettagliata per un disco concettualmente originale e musicalmente elaborato grazie a sezioni d'archi (come in "Doll is mine" e nella bellissima "Misery is a butterfly", canzone sospesa come un cielo d'inverno) e trovate più canoniche degne del miglior Wayne Coyne. Poi bisogna considerare - come già scritto - che i primi dischi di questo terzetto erano staffilate rock all'insegna di un ruvido sound che ricordava Sleater Kinney e Royal Trux e che un disco del genere era forse l'ultima cosa che la gente si sarebbe aspettata. Due validi motivi quindi per capire il vero paradosso dei Blonde Redhead, che si dimostrano così artisti capaci di mutare e di evolversi - ne è un esempio l'atmosfera shoegaze di "Anticipation" - e di trasformarsi, lasciando quindi gli acerbi panni del baco (affezionato all'indie-rock e al noise) per diventare una soave farfalla, che per quanto misera possa essere, ci dimostra nel suo giorno di vita quanta grazia e sensibile delicatezza onirica è capace di darci.
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25/03/2004 -
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