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Parliamo dei Clearlake, i Clearlake sono un gruppo inglese attivo dal 2000 con ben due album alle spalle, "Lido" e "Cedars", noi parliamo di "Cedars". Di solito quando un disco esce per un'etichetta come la Domino, il cui catalogo è uno dei più alti, qualitativamente parlando, ci si aspettano assalti sonori, melanconiche ninna nanne, musica talmente sghemba e deviata che sembra normale, insomma, a quelli della Domino solitamente piace rischiare; ma allora perchè ci sono i Clearlake? Ora, non ho nulla contro questo gruppo, anzì, ma un disco così l'avrei visto molto di più con un'etichetta come Parlophone o Creation (se fosse ancora esistita), magari con una major, ma non con la stessa etichetta dei Pavement e di Jim O'Rourke! Che c'entrano? A parte la provenienza geografica, ma proprio il genere di musica o la linea di pensiero e l'attitudine sono in contrasto con quelli della casa di produzione; ma ora non cerchiamo la pulce nell'orecchio e concentriamoci su "Cedars". Ora, le canzoni del secondo album dei Clearlake le avreste potute sentire benissimo provenire da gruppi come Idlewild, Slowdive, My Bloody Valentine privati della loro vena sperimentale... insomma, niente di speciale sul fronte, considerando poi che molte di queste canzoni sembrano delle outtake dei Blur di "Parklife". Ma non demonizziamo, il disco non è male, ovvio che per 20 euro ci si orienta su qualcosa di meglio, ma alcune canzoni sono davvero carine, come "Can't feel a thing" o anche "Almost the same" nonostante sembri un po' una versione a rallentatore di "A modern way of letting go", ma l'unica canzone che probabilmente non passerà senza nulla lasciare è "Come into the darkness" che niente ha a che fare con l'Inghilterra ripescando appieno del repertorio pavementiano mescolando con arrangiamenti robusti che potrebbero rimandare ad una versione pop degli A Perfect Circle. Quindi, non vorrei interpormi tra voi e i vostri gusti, ma se avete amato certo pop malinconico ma con un non so che di 'alternativo andante' - il che non li rende omologati (seppure genialmente) come i Coldplay - allora questo disco vi piacerà al primo ascolto, ma per chi non ne può più di questo vago autocompiacimento della tristezza mid-tempo che si traduce in canzoni accademica strofa-bridge-ritornello, allora tanto vale evitare il contatto con l'oggetto in questione, perchè il rimpianto economico potrebbe essere troppo grande e perchè per voi vanno ancora benissimo i My Bloody Valentine e in questo caso, forse, è meglio così. Best song: Come into the darkness
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