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In teoria questa recensione dovrebbe essere una stroncatura senza appello. Fate mente locale: il vostro affezionatissimo (re)censore, strenuo sostenitore dell’hip-hop indie al di fuori delle convenzioni vigenti, che si trova di fronte il nuovo CD del principe del mainstream rap, in una ventura iperprodotta dai dieci “producers” di massimo grido del momento, il cui unico motivo unificante è l’ottenimento di posizioni di alta classifica di Billboard… Roba da farne polpette. E invece….”The Black Album” è un signor disco, forse l’ultimo (se quanto annunciato circa il prossimo “addio alle scene” si rivelerà veritiero) di Shawn Carter alias Jay-Z, che ritengo – e non sono il solo, anche l’indipendentissimo Aesop Rock è dello stesso avviso – il miglior rapper in circolazione da quasi una decina d’anni. Quando c’è di mezzo Jay, infatti, non ci sono coretti r’n’b o basi da strapazzo che possano inficiare la sua delivery magnetica, le sue invenzioni linguistiche e i suoi giochi di parole. Jay-Z, in questi anni e in questi 7 album, è stato semplicemente il migliore, nettamente superiore anche a campioni straelogiati come Biggie o Nas, che non è proprio dire Vanilla Ice. Beninteso: ci sono stati dei momenti in cui anche lui ha fatto dei pesanti capitomboli, roba quasi da affossare una carriera, e vale per tutti il suo secondo debolissimo album “In My Lifetime Vol.1”. Si è però ripreso più che bene, e lascia oggi un corpus di almeno 4 dischi che resteranno alla storia dell’hip-hop: il primo, rivelatorio “Reasonable Doubt”, “Hard Knock Life”, il più recente “The Blueprint Vol.1” e questo “Black Album”. Se passiamo sopra all’assenza di un sound uniforme (dovuta ai 10 produttori impiegati) ed alla presenza di “99 Problems” prodotto da Rick Rubin, omaggio ai Run DMC di “Rock Box” decisamente inutile, nonché ad una – mia, personale – idiosincrasia per le produzioni dei Neptunes (il singolo “Change Clothes” e “Allure”), ciascuno dei pezzi di “Black Album”, preso singolarmente, è un piccolo gioiello. E’ formidabile la reggata “Lucifer” prodotta da Kanye West, basata su un sample di Max Romeo, in cui Jay dimostra di poter dare lezioni anche a specialisti del calibro di Sean Paul, e totalmente convincente “Moment Of Clarity”, dove rifà Eminem (che produce) quasi meglio di Slim Shady stesso. E il rapper registrato all’anagrafe come Shawn Carter riesce a domare alla perfezione i ritmi sincopati di Timbaland in “Dirt Off Your Shoulder”. Ma il vero trionfo di questo “Black Album” è la conclusiva, orchestrale e magnificamente orchestrata “My 1st Song”: dopo una toccante intro, affidata al “mentore” scomparso Notorious B.I.G., Jay inizia a rappare come se davvero fosse “la sua prima canzone” e dovesse ancora dimostrare al mondo tutta la sua qualità di rapper. Cita i De La Soul e Guru, saluta il partner in affari Damon Dash, la sua famiglia, il padre morto e Biggie Smalls, e dice in qualche modo addio al mondo dell’hip-hop, asserendo che andrà “in un posto tranquillo dove non ci sono zanzare”. Se la storia dell’abbandono si rivelerà vera, e non un banale trucchetto per vendere più dischi, ci mancherà, Jay-Z; molto più di quanto non avremmo mai osato immaginare. Bling bling!, sì, ma che bling bling!
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