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Un disco assolutamente imperdibile, l’album che avresti sempre voluto ascoltare, che sembra uscire fuori dal nulla, e che invece è il quarto lavoro dei Sophia, collettivo musicale dietro il quale si nasconde il genio creativo di Robin Proper-Sheppard, originario di San Diego, California, ma che lavora da tempo ormai in Europa, a Londra, dove ha affinato gusto e stile. Lo ricordavamo anni fa nei God Machine, insieme all’amico ora scomparso Jimmy Fernandez. Lo temevamo perso dentro episodi marginali, sommerso dalla disillusione e dai rimpianti. E invece no, come per incanto su “People Are Like Seasons” il dolore trova una elaborazione maggiormente compiuta, la tristezza non è più autoflagellazione, ma diventa arte e accompagna con delicatezza, con stile i singoli brani del disco, con un ritrovato gusto per una musica finalmente suonata, che si espande nell’aria alla ricerca di assoluto. “Oh My Love” , “Swept Back” e “Desert Song” sono tutte ballate acustiche di grande levatura artistica, impreziosite da interventi al violino o al pianoforte, “Darkness” presenta una imprevista, dura e cruda, sferzata elettrica, volutamente in contrasto con il resto dell’album, la voce di Robin viene filtrata e risuona lontana, distante. “If A Change Is Gonna Come” è un altro episodio alieno al resto del disco, una botta di rock and roll acido e corrosivo, ma che appartiene comunque al DNA dei Sophia. Con “Swore To Myself” e “ I Left You” si torna alle “slow ballads” che caratterizzano il disco, e sono momenti di rara poesia, che restano impressi a lungo nell’animo di chi ascolta. Sul finale un’altra perla: il fraseggio di chitarra acustica e voce di “Another Trauma” è di valore assoluto. A volte l’impostazione musicale dei Sophia ricorda molto le atmosfere tristi e decadenti del rock dei Mogwai. Ma senza fare troppi paragoni e confronti, resta da dire solo che c’è molto bisogno di dischi del genere adesso, in questo momento, ognuno di noi troverà il suo perché.
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