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Se vi piace lo stile di Courtney e vi sono piaciuti i suoi lavori precedenti con le Hole, apprezzerete questo cd. Se invece cercate un album originale, con toni diversi dal precedente, mi dispiace: siete nel posto sbagliato. Sciolto il gruppo delle Hole, Courtney certo non ha pensato di ritirarsi dalle scene e di mettersi a occuparsi esclusivamente della sua vita privata (non che non ne avrebbe bisogno, con tutti i guai che sta passando per via degli stupefacenti e anche per l’affidamento della figlia…). Ma, come si dice, “THE SHOW MUST GO ON”, perciò Courtney, da brava donna di spettacolo, si è messa al lavoro e ha realizzato il suo primo album da solista. Cosa ne è uscito? America’s sweetheart è un album nel perfetto stile di Mrs Love: grezzo, ma nello stesso tempo curato, diretto ma comunque studiato nei particolari. Proprio come l’artista, l’album sembra trascurato, ma è solo apparenza: se si ascolta con un po’ più di attenzione, si nota che tutto quanto è stato fatto per bene. E il titolo (fidanzatina d’America) è tutto un programma: Courtney non è proprio il tipo di nuora che le mamme si augurano! La voce “vissuta” di Courtney passa da una traccia all’altra dell’album, con passaggi di stili diversi, dal rock al punk di “Zeplin Song”, traccia con parecchi riferimenti ai Led Zeppelin, ma nessuna spiegazione del motivo dell’errore di spelling. Non potevano mancare le ballad: “Uncool”, una canzone che attrae e affascina (a parte nel momento in cui canta “wanna be uncool”: suona un po’ poco credibile!), e “Hold on to me”, canzone con un riff coinvolgente e con un testo che sembra un po’ tracciare un amaro bilancio della vita scombinata di Courtney, che però rialza la testa dichiarando “I’m the centre of the universe” e che, anche se stai affogando, lei potrà salvarti perché potrà sempre nuotare. Per non tralasciare qualche frecciatina ai colleghi musicisti, Courtney nomina Eminem in (“And it's not Eminem who's gonna save me”) e nella seconda traccia si rivolge ad un certo Julian (Casablancas degli Strokes?), dicendogli solo nel titolo “But Julian, I'm a Little Bit Older Than You”. Non poteva mancare anche un tocco di grunge, cui è affidata l’apertura dell’album: la canzone è “Mono”, dove Courtney ci chiede se abbiamo sentito la sua mancanza, prima di sfidare Dio, che le deve ancora una canzone. La stessa sfida che ritorna in una traccia successiva, “Life despite God”.L’album si chiude con “Never gonna be the same”, canzone in cui si passa attraverso le droghe, una nuova polemica contro la religione (“Mary lied”) per poi che anche se le cose non saranno mai più come prima, lei resta la dura Courtney, mentre a cambiare è stato chi la sta ascoltando. Sarà vero? Qualche dubbio c’è, in ogni caso “America’s sweetheart” può essere comunque un ascolto interessante: d’accordo, non brilla per originalità, ma Courtney non ha poi tutti i torti ad auto-dichiararsi la regina del Rock!
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