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Collective Soul
Blender
2001
Atlantic
di Marco Conigliani
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I Collective Soul ci riprovano. È proprio il caso di dirlo visto che dopo un discreto esordio discografico nel 1994 e l’album Collective Soul del 1995, accolto piuttosto bene da pubblico e critica, la band statunitense non è più riuscita a ripetersi. Certo non c’è riuscita con Dosage, il penultimo album, capitato a suo tempo nelle mani del sottoscritto e mai recensito per pudore. Ma oggi i Collective Soul hanno superato se stessi e hanno dato vita a un disco ancora più brutto: Blender. Ascoltandolo si ha la netta sensazione di essere presi in giro da Ed Roland, che oltre a essere la voce del gruppo, è anche chitarrista, tastierista, autore di tutti i brani insieme al fratello e, in questo frangente, anche produttore (bingo!). Presi in giro perché le ballad non coinvolgono, le chitarre distorte non esprimono grinta, i riff non hanno nessuna presa ecc. Il risultato è un Barbie-rock, plasticoso, scialbo, finto e che lascia completamente indifferenti. Forse andrà bene per le quindicenni americane ma difficilmente avrà successo in Italia, dove questo segmento di mercato è già affollato dagli Alex Britti e dagli 883. Dopo lunghe meditazioni, possiamo dire che il pregio di questo disco è uno solo: dura poco, neanche quaranta minuti e passa la paura
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07/02/2002 -
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