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Capolinea antologico anche per i londinesi Suede, che vennero salutati come i salvatori del decaduto rock inglese al loro incedere nel '92 per poi essere resi pressochè superflui dall'avvento del Brit-Pop pur seguitando a ritenere un discreto seguito. In oltre 10 anni, hanno inciso cinque album e venti singoli, le cui facciate A sono raccolte in questo "Singles" (operazione che personalmente preferisco ai troppo soggettivi "best of"). Avendo i Suede evitato di presentare la loro opera in senso cronologico - anche perché sarebbe stato evidenziato in modo impietoso il loro rendimento progressivamente descrescente - si è invece optato per un criterio apparentemente "random" dalla logica incomprensibile, ma che quanto meno spinge ad ascoltare il CD fino alla fine. -------- Comunque. Giunti al "redde rationem" - si parla in questi giorni di scioglimento del gruppo - possiamo affermare che i Suede di Brett Anderson hanno posseduto una loro unicità che, a differenza di quanto si può dire per altre band o artisti, ne ha giustificato l'esistenza. Unicità che consiste nell'aver (cocciutamente) tenuto in vita, nel corso dell'ultima decade, quel patrimonio di sonorità e di "modi di sentire" riconducibili, in generale, al glam-rock e, più in particolare, al David Bowie del periodo Spiders from Mars. Perché in fondo è inutile girarci intorno: i migliori singoli dei Suede sono i primi tre, "The Drowners", "Metal Mickey" e "Animal Nitrate", una sequenza della durata complessiva di una decina di minuti che, quando uscì, fece proclamare la resurrezione di Bowie/Ziggy (nella guisa del cantante Brett Anderson) e di Mick Ronson (il chitarrista originario Bernard Butler). Naturalmente, era revival puro e semplice. In questo caso, però, revival in qualche modo - a mio giudizio - opportuno, dato che l'eredità lasciata da quel sound glam così tipicamente britannico ed evidentemente seventies era (è) troppo importante per non desiderare, di tanto in tanto, riproporla. Tre singoli - val la pena ribadire - assolutamente impeccabili, nei quali era presente, rispetto agli Spiders from Mars, anche qualche ingrediente preso in prestito dalla premiata ditta Morrissey-Marr che dava l'impressione di una "ri"-lettura, piuttosto che di un plagio puro e semplice. Poi, però, è arrivato il più ruspante Brit-Pop di Blur e Oasis, Butler se n'è andato per altri lidi, e sono stati incisi altri 17 singoli in cui Anderson ha proseguito a perseguire la sua visione di una glam-band che potesse infiammare i cuori dei teens come un tempo avevano fatto Bowie Glitter e Bolan, senza accorgersi che nel frattempo gli veniva fatta concorrenza sullo stesso piano dai più grintosi Placebo. 17 singoli che non hanno aggiunto granchè, ma semmai sottratto. Con il tempo, il sound si è alleggerito – e a tratti imbastardito - assumendo connotazioni eccessivamente "romantiche", mentre le liriche dell’affettato Brett Anderson sono diventate sempre più e sempre troppo dirette e calligrafiche (in questo senso, "Trash" del '96 e "Filmstar" del '97 sono quasi imbarazzanti per un ascoltatore ultra-sedicenne). Ciò non toglie che molti di questi singoli (a partire da "New Generation" del '95 fino ai più recenti "Can't Get Enough" del '99, e "Obsessions" del 2002) siano anche eccellenti. E che questa compilation svolga egregiamente il suo compito di intrattenere se solo la si ascolta senza eccessive pretese. Sull'altro piatto della bilancia, però, “Singles” ci ricorda anche che la maestria e la sobrietà dei primi tre "Downers", "Mickey" e "Nitrate", i Suede non sono più riusciti ad ottenerla. Hanno fatto qualche tentativo. Poi, come molti usano fare in questi casi, non si sono dati più pena di tanto ed hanno innestato un affidabile ma scarsamente intrigante pilota automatico.
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