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Normalmente le cosiddette “reunion” di gruppi, a distanza di tempo dal loro momento di massimo fulgore, mi lasciano piuttosto tiepido, anche nel caso in cui si tratti di formazioni molto amate. Il motivo è che di solito risultano delle faccende pietose: mi vengono in mente quella dei Velvet Underground del ‘93, e anche quella quasi contemporanea, dei Television. Se le potevano risparmiare. A memoria, c’è stato in anni recenti un solo “ritorno di fiamma” che ha stupito in senso positivo: quello degli Echo & The Bunnymen di qualche anno fa, che produsse un trio di validissimi album – sui quali spiccava il primo “Evergreen” – oltre ad un buon live di sapore antologico, e che diede modo ai loro supporters ed al pubblico in generale di conoscere un’angolazione della band più “pop”, a cui contribuì anche l’assenza del drumming spigoloso del defunto batterista originale Pete De Freitas. Orbene, a quella reunion di Echo e dei suoi Coniglietti possiamo ora affiancare questa dei Soft Cell, già tra i capifila del techno-pop britannico dei primi anni Ottanta. “Cruelty Without Beauty”, il disco frutto della ritrovata intesa tra il cantante Marc Almond e il tastierista Dave Ball uscito nel 2002, non stonava poi molto a paragone dell’opera del duo che gli è stilisticamente più vicina, “The Art Of Falling Apart” di vent’anni addietro. E adesso ci troviamo tra le mani un “live” tratto dalle esibizioni di Birmingham, Leeds, Manchester, Londra e Bruxelles del tour mondiale dello scorso anno, a rafforzare i paralleli con la band di Ian McCulloch. Come “Live in Liverpool” per Echo & The Bunnymen, anche per i Soft Cell è il primo album “ufficiale” dal vivo di sempre. E anche in questo caso il mix tra classici d’annata e pezzi nuovi funziona a meraviglia. Uno dei motivi della riuscita di “Soft Cell Live” è, ovviamente, Marc Almond, tuttora possessore di una delle voci più personali degli ultimi 20-25 anni. Sempre in bilico tra euro-trash e arie da chansonnier nei dischi solisti, Almond quando è in compagnia di Ball nei Soft Cell è a prova d’errore. E dal vivo è realmente aldisopra della norma, anche perché non ha mai paura di prendere dei rischi, ficcandosi talvolta in situazioni al limite della stonatura (e capita che il limite venga anche oltrepassato, ma non fa niente, anzi). ---------- C’è un buco di quasi 20 anni tra gli ultimi concerti dei Soft Cell (separatisi come noto nel 1984) e questa tournèe, ma è quasi impercettibile, a parte una certa sensazione di nostalgia che permea le esibizioni. Si parte con il proto-rap di “Memorabilia”, primo singolo in assoluto del duo datato 1980, non uno dei favoriti da chi scrive ma che in tutti questi anni non ha mai smesso di venir suonato nelle discos di tutto il mondo, grazie anche agli innumerevoli remix con cui è stato cosmeticamente aggiormato (e “housizzato”). E’ un inizio promettente, anche perché l’anziano “Memorabilia” si mischia (bene) al recente “Monoculture”: techno-pop danzabile di gran classe, con un Almond in più. La tensione scema un po’ col poco convinto, recente “The Grand Guignol”. Poi, però, c’è una versione eclatante di “Heat”, il migliore - anche se non abbastanza noto – brano di “The Art of Falling Apart”, cavalcata elettronica che resta tra i più travolgenti (e sconvolgenti) mai scritti dai Soft Cell e che, pur dovendo fare a meno della messe di sovraincisioni dell’originale, Marc domina alla perfezione. Non convincono invece neanche dal vivo la lenta torrida “Caligula Syndrome” e l’indecente “Last Chance” (che vorrebbe essere una nuova “Say Hello…” ma ricorda un pezzo di Julio Iglesias), mentre si zompetta e ci si dimena con “Divided Soul”, uno dei due inediti inseriti nel “Best Of” di un anno e mezzo fa. E’ gradevole la riscoperta dell’intimista “Barriers”, misconosciuta b-side alla Peter Hammill del 1983, ed intensissimo il rifacimento di “Youth” da “Non Stop Erotic Cabaret”. Delude “Loving You Hating Me”, come del resto tanti brani tratti da “The Art Of Falling Apart” (vedi anche la title-track e “Baby Doll”) che dei 3 album originali del duo, con il senno attuale, risulta il più debole: mille volte meglio i pezzi estratti da “Non Stop Erotic Cabaret” e “This Last Night in Sodom”. Per quanto riguarda i primi, non c’era neanche da dubitarne, mentre per “Sodom” qualche dubbio sussisteva. Tutto spazzato via, però, nel momento in cui Almond imbraccia la chitarra elettrica e i Soft Cell iniziano a rocckare: “Mr. Self Destruct e “The Best Way To Kill” sono un delirio techno-rock elettronico e certificano come siano i Soft Cell il vero anello mancante tra i Suicide e i Ministry. CD2 riparte con un pezzo da “Cruelty”, “Together Alone”, basato su un loop di synth per il quale i Pet Shop Boys potrebbero uccidere. Dopo un non memorabile interludio fatto da “Somebody Somewhere Sometime” (dal “Best Of”) e dalla già citata “Baby Doll”, arriva una sequenza killer: “The Night”, innanzitutto, cover di un vecchio brano dei primi ’70 di Frankie Valli & The Four Seasons che già ai suoi tempi pareva composto apposta per i Soft Cell; “Soul Inside”, svolta come di prammatica confusamente ma felicemente; “Torch”, con la classica trombetta sintetizzata fuori campo, una delle più intense “torch songs” di sempre; “Bedsitter”, dove Marc si fa supportare un po’ troppo dal pubblico cantante ma che è pur sempre… “Bedsitter”; “Tainted Love” mixata, come nel 12 pollici dell’81, con “Where Did Our Love Go”, e per cui ogni commento è superfluo; “Martin”, già apparsa nel mix allegato a “The Art Of Falling Apart” e in cui Marc e Dave si cimentano con successo con sonorità di taglio orchestral/elettronico ispirate al miglior John Barry; “Insecure Me”, un’altra B-Side tutta da riscoprire. Infine arrivano una fin troppo scontata “Say Hello Wave Goodbye” (brano estremamente smielato che continua a non riscuotere la mia approvazione) e una caotica bellissima “Sex Dwarf”. ---------------- Poi i Soft Cell dicono addio – più che arrivederci – al loro pubblico, con Marc diretto a Heathrow con in tasca un biglietto per Mosca per incidere un album di standard della canzone russa (“Heart On Snow” il titolo del CD atteso a giorni), e con Dave “back in the lab” ad affinare le sue capacità di produttore techno/electro. E ci lasciano, Marc e Dave, con l’impressione che stavolta sul più straordinario duo di techno-pop di tutti i tempi sia davvero calato definitivamente il sipario.
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