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“…per godere dell’alba/del vento che abbraccia la vita/il profumo dei tuoi capelli rende primavera/quest’inverno le foglie non cadranno e tu non sarai sola…” sulle parole di Fumodenso, primo singolo estratto, vede luce il secondo album dei romani Ottoohm, e già dalle prime note s’intuisce come ci si trovi di fronte ad un modo diverso di intendere arrangiamenti, orchestrazioni e strumenti, rispetto al loro album d’esordio Ottoohm, per l’appunto, in cui emergevano sonorità reggae e inclinazioni dub. Un secondo disco, uscito a distanza di tre anni circa dal primo, Pseudostereo, realizzato a quattro mani, tra Andrea “Bove” Leuzzi, leader del gruppo, e il produttore Roberto Procaccini, in esso si abbandonano in parte le liriche solari dell’album d’esordio, per delle sonorità più variegate ma possenti, aiutate anche da un supporto tecnologico maggiore rispetto alla loro prima uscita discografica. Pseudostereo è ciò che ti continua a rimanere in circolo dopo aver sentito la canzone, quella cosa che va oltre il continuare a canticchiare la sola melodia, le singole parole, Pseudostereo sono “…le emozioni del “post ascolto”quelle che avevano generato una specie di “stereo finto”, che continuava a suonare trasmettendo quel tipo d’emozione…” come le ha definite il Bove. Il tema dell’amore è il perno principale in parte delle sue canzoni, quasi tutte autobiografiche, ma è quasi sempre un amore malinconico, mai sereno, si passa da “Oro nero” dove si esprime la magia dell’essere innamorati, e dove comunque si scorge una tristezza celata, proseguendo ci scontra anche con il sentimento del possesso, alle nostalgie che ti annientano di ”Dee-Lay”, per arrivare al desiderio di “Valeria ‘80”. A contrapposizione dei suoi momenti più intimisti, momenti di pura realtà, di quotidianità, in cui si narra la società e tutto ciò che le ruota intorno, come in “Indiano metropolitano” e “Soldatino”. Un album che nell’insieme convince, anche se a volte s’inciampa in quel non so che già sentito, soprattutto nelle canzoni più “romantiche”.
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