|
Non ci sono vie di mezzo: Dente o lo ami o lo odi. I detrattori hanno in uggia i mind games dei suoi testi (per loro sono vacui giochini intellettuali per studenti universitari con troppo tempo fra le mani), e mal sopportano le sue sognanti melodie (le considerano ottusamente naif e prive di alcun nerbo). Questo per dare, democraticamente, voce all’opposta fazione, perché io personalmente (e qui scopro immediatamente le carte) mi metto nella prima categoria: adoro Giuseppe Peveri detto Dente, e ritengo che abbia decisamente una marcia in più. A parte la superiorità delle liriche (è uno stile unico il suo, da “settimana enigmatica”, tanto per citare il titolo di uno dei nuovi brani), Dente possiede una facilità di scrittura che è di pochi, e che può essere accostata senza paura di esagerare a quella del compianto Elliott Smith, non a caso uno dei mentori del cantautore originario di Fidenza, ma oggi trapiantato a Milano.
Dopo essersi fatto notare con le prime prove più lo-fi per l'etichetta Jestrai, Dente aveva sorpreso in positivo un paio d’anni fa quando pubblicò, per la Ghost Records, L’amore non è bello, disco più curato e meglio prodotto che strizzava l’occhio fin dal tema iniziale (La presunta santità di Irene) ai migliori Battisti-Mogol, quelli di Anima latina. Da quel punto in poi, Dente è diventato uno dei cantautori italiani più amati, più seguiti e anche più analizzati (una delle critiche più ricorrenti è che le sue sono canzoni fatte su misura per il gentil sesso, ma la stessa cosa non venne detta anche per il primo De Gregori e finanche per Battisti?). Nel frattempo Dente ha collaborato un po’ con tutti i principali operatori della musica “alternativa” (da Manuel Agnelli a Brunori Sas, da Il Genio a Le Luci della Centrale Elettrica e via dicendo) trasformandosi in una sorta di guru e, ancor meglio, in un Re Mida del nuovo pop nostrano, capace di trasformare in oro tutto ciò su cui ha messo mano (e, soprattutto, voce).
Ecco perché questa seconda prova con la Ghost era così attesa. La domanda sulla bocca di tutti era: riuscirà Dente a fare – come si suol dire – “il botto”, ovvero a superarsi e ad andar oltre all’exploit di L’amore non è bello per creare un nuovo grande classico della canzone italiana? La risposta è “nì”, ovvero: Io tra di noi innova e migliora – anche per via della presenza in studio di un produttore d’esperienza quale Tommaso Colliva (Calibro 35, Marta sui Tubi ecc.) che ha contribuito a fornire al disco un sound “pieno”, raffinato ma comunque d’impatto - ma più che altro conferma le qualità dell’autore e consolida uno stile cercato e trovato nel disco precedente. Forse da Io tra di noi ci si aspettava un numero maggiore di pezzi “forti”, alla Beato me o Vieni a vivere: da poter passare in heavy rotation alla radio, per intendersi. Ma ne contiene comunque ugualmente tanti: almeno tre, forse anche quattro. Il top è La settimana enigmatica, assolutamente strabiliante, con le tastiere di Andrea Cipelli e il glockenspiel di Tommaso Colliva in evidenza, e con quella strofa “è una settimana intera che non ci stai più con la testa” che ti ci si appiccica, alla testa. Forse è il miglior pezzo italiano dell’anno. Notevole anche la ricercatissima (per arrangiamento e resa globale) Giudizio universatile, ove Rodrigo D’Erasmo suona il violino con un piglio zerofolle - ed è, beninteso, un complimento - che possiede un altro di quei ritornelli che ormai è possibile definire solo “alla Dente”: “giu-dica tu se il cielo sta venendo giù...dica tu...”. E lascia il segno fin dall’incipit (“Più che il destino è stata l’ADSL che vi ha unito”) anche Piccolo destino ridicolo che sfocia nella dolceamara (brillante) conclusione “...e poi io sono quello piccolo e ridicolo”. Come al solito, quelle di Dente sono storie di “amore e non amore”: nella migliore tradizione battistiana (ma non solo). Ci sono anche tre interludi acustici (Due volte niente, Cuore di pietra e Puntino sulla i) laddove Puntino sulla i si segnala come una piccola perla in miniatura. Il primo singolo tratto dall’album, Saldati, risulta forse troppo malinconico per poter far breccia nel perfido e granitico muro dell’FM, ma lo standard resta sempre molto alto. Anche Io sì (“dimmi come e se te le ricordi, le cose che sanno solo di ricordi”), Casa tua, Da Varese a quel Paese e la quasi-soul Pensiero associativo vanno ben aldilà dell’ordinaria amministrazione. E non resteranno delusi gli estimatori dei giochi di parole alla Quel Mazzolino che troveranno un valido corrispondente nella conclusiva Rette parallele, dove la maestria lirica di Dente torna a manifestarsi all’ennesima potenza (anche qui, peraltro, il Battisti “latino” rifà capolino nelle percussioni e nei cori della coda).
Non il disco della definitiva affermazione, forse, ma quello della consacrazione del suo autore (a cantautore leader della scena italica) certamente sì. E la sensazione è che – per Dente e per noi che lo seguiamo con attenzione – il meglio debba ancora venire.
|