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Difficile oramai non farsi prendere dalla voce di Mark Lanegan, una delle voci più rock'n'roll di tutti i tempi, ormai entrata nella storia per i trascorsi con gli Screaming Trees e con i Queens of the Stone Age, una voce propria di generi come il blues acido più selvaggio; praticamente una sorta di Janis Joplin al maschile, o anche un Tom Waits rockettaro volendo. Insomma, com'è o come non è, la voce di Mark Lanegan è un qualcosa facilmente descrivibile, è tutto e niente, è vita e morte, è luce ed ombra, il tutto supportato da pesanti chitarre elettriche che ne accompagnano le sfumature e le ispirazioni. Ad anticipazione dell'album in uscita nel 2004, Lanegan decide di fornire ai suoi molti fan un succosissimo antipasto, ovvero "Here Comes That Weird Chill", che definire solamente un semplice Ep sarebbe riduttivo, perchè queste sono out-take e soprattutto perchè la forma e la durata - mezz'ora - sono propri di un lp piuttosto che un singolo promozionale. Estratto il cd dalla bellissima confezione in digipak, passiamo alle canzoni; "Metamphetamine blues" ricorda i Kyuss, soprattutto per quelle chitarre gracchianti che escono strozzate ed agonizzanti da amplificazioni per basso saturate e portate all'eccesso da overdrive sovraccarichi, la voce è un valore aggiunto, qui sembra addirittura di ascoltare una versione desertica di Tom Waits. La seconda canzone è "On the steps of the cathedral", rock desertico scritto con l'eminenza grigia Chris Goss, che ricorda per certi versi i Cream di "Wheels of fire" in una variante filtrata, poi arriva "Clear spot", cover di quel genio incompreso di Cpt. Beefheart, che si muove tra lo-fi e blues che davvero ritorna all'essenza primitiva di 'musica del diavolo', dove la voce di Lanegan sembra davvero indemoniata, merito del filtro? Sembrerebbe di no, visto che anche in un brano come "Message to mine", rock senza fronzoli e privo di ogni orpello, si nota come la voce dell'ex Screaming Trees sia come il vino (o come i dischi dei Led Zeppelin), invecchiando migliora, se si conta poi che agli strumenti ci sono John Homme, Nick Olivieri, Chris Goss, Greg Dulli e Dean Wean... Sfumato l'organo, arriva il pianoforte di "Lexington slow down", dove, tra passaggi tradizionali che sembrano tratti da una colonna sonora epica, Lanegan non canta ma narra rime in un modo quasi gospel, un gospel demoniaco visto la voce che si ritrova, una voce piena di pathos e di sentimento, naturale quindi che vengano in mente paragoni non del tutto insensati con Janis. La sesta traccia è "Skeletal history", che di fatto è una canzone dei Queens of the Stone Age, sia per la presenza di Homme ed Olivieri in fase di esecuzione e scrittura, sia per l'atmosfera desertica e satura che questo stoner strozzato dona; cosi come "Wish you well", solo che qui si abbassano i volumi degli strumenti per lasciare spazio ad una voce unica, mentre in "Sleep with me" la musica si ferma un attimo per lanciarsi in un blues-rock sempre acido e saturo, ma meno tirato. La traccia fantasma è una seconda versione dell'ultima canzone, più sperimentale se vogliamo, ma di sicuro non inferiore alla precedente versione. Quindi, questo vero e proprio disco è un qualcosa di definitivo, che fa ben sperare per l'album futuro di Lanegan, soprattutto perchè il Nostro ha dimostrato ancora una volta di essere uno dei massimi interpreti del rock'n'roll duro e puro.
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