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Thurston Moore
Demolished Thoughts
2011
Matador Records
di Andrea Belcastro
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E' difficile avanzare ancora pretese nei confronti di un artista come Thurston Moore. Uno che nel proprio, variegatissimo, curriculum vanta capolavori seminali (Daydream Nation e tutta la discografia dei Sonic Youth) così come sperimentazioni e dozzine tra collaborazioni, mix-tapes, apparizioni, colonne sonore e album solisti. Un musicista eclettico, maturo e senza più ormai l'esigenza di dover dire per forza qualcosa di nuovo. Eppure proprio partendo da quest'ultimo assunto e, probabilmente, ispirato dal recente lavoro dell'amico fraterno J Mascis, Moore riesce di nuovo a sorprendere “demolendo” - almeno in parte - la propria immagine sperimentale e noise tornando alle fondamenta del songwriting. Il tutto sfruttando l'aiuto di un Beck particolarmente ispirato dalla sua nuova veste di produttore di lusso (vedi anche Charlotte Gainsbourg e il prossimo album di Stephen Malkmus).
Brani come Benediction e Illuminine posti ad introduzione del disco sono due gemme che rimandano con eleganza e non poca sorpresa alla migliore tradizione autoriale britannica di fine anni sessanta (Donovan e Nick Drake su tutti). Performance strumentale e canora di primo piano, il tutto splendidamente incorniciato da pregevoli arrangiamenti di violino ed arpa. Meravigliose e sublimi, le due canzoni sfuggono via presto come una piccolo incantato isolotto che appare all'orizzonte solo all'approssimarsi delle rossastre luci del tramonto sul mare congedandosi infine nell'oscurità. Un'atmosfera onirica ed incantata che incomincia a frammentarsi, pur tornando a galla a più riprese, a partire dalla coda del terzo brano Circulation, dove è evidente la fatica di Moore nel tenere confinata la sua anima più caotica. Il tutto secondo uno schema (melodie tutto sommato ripetitive disegnate su intricati intrecci acustici che sfociano in finali caleidoscopici) che si ripete più volte lungo le restanti tracce, come ad esempio in Orchard Street.
Demolished Thoughts è alla resa dei conti un album piacevole sia perché, conoscendone l'autore, filosoficamente inconsueto ma soprattutto perché interessante e godibile sotto il profilo prettamente uditivo. Peccato solo per certe cadute di tono sparse qua e la ed una organicità di fondo che finisce per essere un freno piuttosto che un pregio.
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01/08/2011 -
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