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Steve Morse
Major Impacts
2000
Magna Carta
di Marco Conigliani
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Si sa, l’hard rock non va più di moda. E allora, che ti inventa il vecchio axeman Steve Morse? Major Impacts, ovvero un’operazione filologica che definire ambiziosa è poco. Per il musicista americano, evidentemente, accontentarsi di un disco di cover sarebbe stato troppo facile e così ha preferito comporre undici brani alla maniera dei chitarristi che lo hanno influenzato in quattro lustri di onorata carriera. Per chi dubitasse della riuscita finale del progetto, è consigliabile un ascolto alla cieca, senza leggere sul libretto le note che accompagnano ogni singolo brano. Eh già, perché la riconoscibilità degli ispiratori di Major Impacts è stupefacente, ancora più incredibile se si pensa che Steve Morse non sfrutta tanto i suoni che potrebbero distinguere facilmente alcuni dei suoi riferimenti come ad esempio George Harrison, Jimi Hendrix o Roger McGuinn, quanto piuttosto le caratteristiche compositive dei suoi beniamini. E così, accompagnato soltanto da Dave LaRue al basso e Van Romaine alla batteria, gioca sulle scale pentatoniche nel brano alla maniera di Clapton, azzarda melodie più sofferte nella traccia ispirata a Jimi Page, insiste su pesanti riff di blues nel brano alla Keith Richards. Major impacts, a questo punto sarà chiaro, è un disco un po’ particolare. Imperdibile per gli amanti del genere hard chitarristico, forse un tantino noioso per tutti gli altri.
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07/02/2002 -
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