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Cosa sia stato Screamadelica per chi si affacciava agli anni ’90 oggi è difficile immaginarlo, dopo i 20 anni passati dalla sua pubblicazione. Cosa sembra oggi? Alle orecchie più attente alle novità e alle evoluzioni del rock & musiche limitrofe, un oggetto di archeologia: bello, importante, da ammirare, ma parte di un museo. A quelle più avvezze al mainstream che passa il convento oggidì, un monolite kubrickiano, un oggetto non identificato proveniente dai recessi più oscuri e inimmaginabili del nostro futuro.
Screamadelica è così: archeologico e futuribile. Quando uscì, il 23 settembre 1991, non solo trasformò una timida jingle-jangle band scozzese nella più sregolata macchina da guerra musicale dai tempi d’oro degli Stones (ampiamente detronizzati), ma metabolizzò la rivoluzione musicale dell’house music, che, iniziata nel 1986, aveva raggiunto il suo culmine nella seconda Summer of Love (le exstatiche estati del 1988 e del 1989), tracimando in acid house e provando a invadere il campo rock con i cattivi ragazzi di Manchester (The Stone Roses, Happy Mondays, Inspiral Carpets, 808 State, James, The Charlatans). Ecco, grazie all’incontro con l’house dj Andrew Weatherhall, che si preoccupò di tradurre ai fonici il suono che lui e la band sentivano in testa, prese vita quest’album che è il Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band degli anni ’90. Come l’opus maximum beatlesiano accoglie i fermenti di un'intensissima stagione psichedelica e li trasforma in frutti succosi alla portata di tutti. Ma Screamadelica va ancora più in là: perché non solo sancisce il matrimonio definitivo tra rock e dance, che fino ad allora avevano solo flirtato, ma ridefinisce le coordinate del verbo psichedelico: non più lunghissimi e ispirati assoli per lo più chitarristici (Grateful Dead & Pink Floyd docet), ma il remix che diventa elemento strutturale della composizione, non più pura presenza di sampler effettistici; le jam si compiono per accumulo o sottrazione di elementi. Certo, la chitarra, specie con il wah wah, fa la sua comparsa, ma è elemento di sfondo (si ascoltino i 7 minuti dell’epocale Loaded). Il manifesto ideologico della nuova attitudine è la cover di Slip Inside This House, brano datato 1967 (the First Summer of Love!) degli acidissimi texani 13th Floor Elevator: clima quasi italo-disco, inserti psychosoul di Sly Stone e Gregory Cylvester "G. C." Coleman. Ma il saccheggio della tradizione per edificare un nuovo impero è continuo: onnipresenti i riferimenti agli Stones (Damaged è sorella di Wild Horses; Movin’ On Up flirta con You Can't Always Get What You Want e il gospel), innumerevoli gli spunti che vanno dal krautrock dei Can a Brian Eno.
Il 24 settembre, giorno successivo alla pubblicazione di Screamadelica, uscì Nevermind dei Nirvana. In due giorni fu posta la pietra tombale sugli anni ’80, che i volonterosi fratellini del Madchester da questo lato dell’Oceano e dell’alt-rock Usa dall’altro avevano minato pazientemente. Ma se il grunge e il suo ripescaggio di hard rock punk mixed si avvitarono in una spirale autodistruttiva perfetta metafora della mancanza di prospettive evolutive del genere, da Screamadelica in poi acquisì diritto di cittadinanza perfino sull’airplay più commerciale qualsiasi tipo di sperimentazione: senza Screamadelica, niente Prodigy, niente Chemical Brothers, niente Moby, niente Air, niente Björk, perfino niente Subsonica; niente popolarità massima di drum’n’bass, Roni Size e 4hero; niente Radiohead da Ok Computer in poi; oltre la musica, niente Trainspotting e Tarantino. In definitiva, se i Novanta segnarono il revival degli anni 70 a partire da quei due magnifici giorni di settembre, fu merito di Screamadelica se si trasformarono nell’ultima astronave conosciuta puntata verso il futuro, prima del suo abbattimento causato dai fatti di Genova e delle Torri Gemelle nell’annus horribilis 2001.
Screamadelica ebbe un’appendice importante: il Dixie-narco Ep, uscito nel febbraio 1992 e contenente quattro brani, di cui tre non entrati nell’Lp, tra cui la spettacolare title track dell’album (10’46” di follia). A vent’anni da quel magico 1991 escono due versioni celebrative e rimasterizzate di questo disco fondamentale per ogni amante della musica: una in cd, 20th Anniversary Deluxe Edition, con album ed Ep, 16 pagine di intervista alla band, immagine inedite e packaging da padelline; l’altra, 20th Anniversary Limited Collector's Edition, con album rimasterizzato sia in vinile e che in cd, un Live in L.A., tutti i remix d’epoca e un Dvd col making of. Costo importante, acquolina in bocca. Ma al limite, ci si può consolare con l’unica data italiana di Bobby Gillespie e soci, il 22 luglio a Roma: un live tutto dedicato proprio all’esecuzione integrale di Screamadelica. Esserci è d’obbligo.
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