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Bel gruppo gli Art Brut, una medaglia al valore sempre. Appena in tempo per il punk, splendidamente sfilacciati e non-sense, un ensemble musicale di liriche brillanti e scenette spoken-word che solo Eddie Argos può cantare conferendogli qualche miserabile senso. Lui che in fondo potrebbe essere il nipote petulante di Mark E. Smith, un po’ più cazzaro dello zio ovviamente visti i tempi, ma adeguatamente sarcastico e derisorio nel recitare la sua commedia alla lettera. Un vero gentiluomo alla David Niven, baffo compreso. L’atteggiamento anti-rock di chi sul palco arriva in papillon o in camicia sporca di birra con lo stesso riguardo manifesto di un guru dell’underground anglo-americana. Rimandi e citazioni a Morrissey, David Bowie, Iggy Pop o Replacements. Perché tutti vogliono suonare come gli U2? È anche capace di scriverci un pezzo su questo interrogativo suggerendo al contempo a Brian Eno di raffreddare i suoi ‘warm jets’ (Slap Dash For No Cash). Splendido! Senza dimenticare il reading organizzato nel 2007 dall’Università di Berlino dal titolo The Depressive Dandy - The Lyrics Of Eddie Argos. Massimo rispetto per chi riesce ad organizzare certe cose in Accademia. Qualcosa vorrà pur dire perché gli Art Brut in fin dei conti hanno allegorizzato ciò che resta oggi del sobborgo industriale all’inglese come in un happening privato e decostruito di esperienze e passioni condivise che ne legittimano il filo diretto con il pubblico.
Tre album in discografia che bastano a garantire il giusto merito alla band di Argos. Degli inni sconnessi che sembrano tagliati su misura per gli avvinazzati, o meglio per chi non ha mai smesso di credere nella scandalosa demenza punk della cultura pop. Cioè quell’innocenza provinciale e infantile nel raccontare l’adorazione per la propria collezione di dischi (Nag Nag Nag Nag) comparata ad una sana dose di presa per il culo nell’identità di appartenenza (Formed A Band) e nel linguaggio utilizzato (St. Pauli): "Punk rock ist nicht tot/ Punk rock ist nicht tot / The kids don’t like it/ What else can we do when the kids don’t like it". Eddie come sempre fraseggia in personali resoconti buoni e cattivi weekend per mezzo di un soliloquio quasi ‘sconclusionato’ ma estremamente potente perché provocatorio, arguto e abbastanza concreto nei riferimenti da essere condiviso da tutti (Bad Weekend). Deragliamenti vocali che promettono un amore puro solo per i capostipiti della propria famiglia e poche riserve per tutto il resto (Bang Bang Rock & Roll): "No more songs about sex, drugs and rock and roll/ It’s Boring!/ Bang, bang, rock and roll/ I can’t stand the sound of The Velvet Underground". E probabilmente tutti i torti non li ha sull’ammucchiata di amicizie più o meno decenti sponsorizzate da Warhol.
Brilliant! Tragic! è il quarto lavoro degli Art Brut, quello che farà incazzare più gente. Nulla a che vedere con il candore dei primi sofismi, perché se già il terzo album ha abbassato la media complessiva del punteggio, quest’ultimo rischia di oscillare sotto la sufficienza. Dieci pezzi di normalissimo pop-rock con chiacchiericcio-disorientante zero. Assetti terminologici stra-utilizzati a salvaguardare probabilmente la struttura interna dei testi (Bad Comedian, Lost Weekend) su idee che obiettivamente, però, sono di seconda mano. Segno che la parodia istintiva degli esordi non basta più. La volontà di aprirsi ad una strada diversa, molto più strutturata in riprese e accelerazioni, causa una dispersione non loro, spogliando il suono di quella arbitrarietà strumentale necessarie per raccontare ‘certe cose’. Argos che sembra quasi cantare come soffocato tra gli stilemi classici delle chitarre, adesso è distante dall’essere un outsider (I Am The Psychic). Si impegna piuttosto a surriscaldare la voce attraverso strofe che sono ammansite per raggiungere un certo ragguaglio melodico sull’arrangiamento (Sexy, Is Dog Eared). Rallentano i toni salvo poi sollecitarli nella possibilità di uno squarciagola improvviso e rattoppato in un ritornello che si ripete costante con poco effetto sorpresa (Clever Clever Jezz). La novità positiva sta nei cori (Ice Hockey, Sealand) e in qualche spiraglio che riconduce al passato (Martin Kemp, Axel Rose) dove almeno paradossalmente sembrerebbe esserci un po’ di naturalezza in più.
Il punto è che ora più che mai il barometro della sufficienza da attribuire agli Art Brut dipende dall’essere o meno dei fan incalliti di Mr. Argos. Se infatti siete fra quelli che possedete nascosta una sua immaginetta dietro il documento d’identità o che si rifanno a lui nel linguaggio esplicativo di ogni tipo di imprecazione quotidiana, be’ allora non sarà poi tanto difficile spostare la lancetta sopra il picco minimo necessario al gradimento dell’ascolto. Volendo capire, poi, tutto il resto, a venirci in soccorso ci sono sempre i suoi arguti progetti collaterali: Glam Chops e Everybody Was In The French Resistance.
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