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Spulciando le classifiche di fine 2008 delle più autorevoli riviste musicali spicca, costante, la presenza del disco d’esordio dei Fleet Foxes. All’epoca fece indubbio scalpore sentire un gruppo di ragazzini (all’epoca il leader Robin Pecknold era appena ventiduenne) realizzare un disco così maturo e perfettamente equilibrato tra esecuzioni memorabili ed impasti vocali da brividi. Un mix notevole che li rese il punto di congiunzione perfetto tra la West Coast dei Beach Boys e quella di Crosby, Stills e Nash.
Tutto molto bello, tutto molto vecchio. Perché se già ascoltando le prime due tracce di quel lavoro (tra l’altro le migliori dello stesso) si poteva rintracciare tutto l’universo dei Foxes, era affondando il coltello nel cuore del disco che venivano fuori i reali difetti: una certa ripetitività di fondo, una qualità compositiva non sempre eccelsa e, soprattutto, l’eccessivo effetto vintage. Carenze molto spesso poco sottolineate dalla critica ed in realtà abbastanza evidenti.
Tre anni dopo Helplessness Blues si presenta con gli stessi biglietti da visita: intrecci di chitarre, la particolarissima voce del leader, i cori sognanti e tanta atmosfera retrò. L’esperienza accumulata in giro per il mondo tra centinaia di concerti sold out ha, però, permesso a Pecknold di guidare i suoi amici in percorsi musicali maggiormente intricati (come testimoniato dalle due suite The Plains / Bitter Dancer e The Shrine / An Argument) e un pizzico più coraggiosi. Addirittura nel singolo Grown Ocean riescono a trovare singolare commistione ritmiche degli ultimi Sigur Ros e - le solite - melodie di cui Brian Wilson andrebbe fiero (diciamo il Wilson più recente, và). Ogni canzone è una piccola avventura sonora dove non sai mai cosa aspettarti accordo dopo accordo ed anche nei brani più vicini al recente passato (come la titletrack) c’è qualche passaggio illuminante. Insomma tanta roba: le influenze di lusso si sprecano e addirittura ci si concede il lusso di citare apertamente Dylan (Lorelai), ma è nel disegno complessivo che tornano ancora in superficie i vecchi difetti, rintracciabili, innanzitutto, in un senso di pedanteria generale che mal si addice alle atmosfere teoricamente proprie del gruppo ed, in più o, anzi, in meno, manca ancora una volta quel pezzo capace di spezzare in due la valutazione. Ovvero, quel singolo in grado di far fare il salto di qualità definitivo.
Le basi ci sono tutte ma ancora siamo molto lontani dal poter parlare di capolavoro e, sinceramente, nel 2011 ci si attenderebbe qualche novità sonora di maggior rilievo, anche per poter finalmente scrollarsi di dosso certi paragoni pesanti e, spesso, anche inappropriati. C’è tanto da lavorare, ma il tempo è tutto dalla parte dei Fleet Foxes.
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