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Alle orecchie del grande pubblico il rock quadrato e muscoloso di Bruce Springsteen è sempre stato fin troppo coerente e fedele a sé stesso e a quella idea quasi romantica, selvaggia e innocente, che lo accompagna da trent’anni. Eppure, ascoltando le sue canzoni tutte d’un fiato, in questo cofanetto "The Essential", l’“essenza” della sua produzione, le cose appaiono più complicate. Non è semplicissimo, per esempio, ritrovare, nelle coloratissime cartoline dal New Jersey dei suoi esordi, il rock in cerca di redenzione di "The Rising", suo ultimo disco in studio. Le prime canzoni, i primi vagiti, a riascoltarli adesso, sorprendono: parole a fiumi, immagini grottesche e caotiche, suoni quasi funkeggianti di una band ancora in embrione. La strada, è vero, ci mette poco a diventare il soggetto principale dei suoi racconti, in quello che è lo scenario epico e romantico del suo primo grande successo, "Born to Run" (“un giorno piccola, non so quando, arriveremo in quel posto dove davvero vogliamo andare, cammineremo nel sole, ma fino ad allora, vagabondi come noi, siamo nati per correre”). Quelle strade divorate a morsi, quelle ossa strappate dalla schiena, e la fuga. Quella lunga corsa senza meta, perché l’unica meta è il correre. Correre e basta. Per molti quel disco (qui rappresentato da tre capolavori come "Born to Run", "Jungleland" e "Thunder Road") è già un vertice, irraggiungibile e irripetibile. C’è un’epica, molto americana, fatta di asfalto e di automobili, di anti-eroi troppo normali per vincere, ma troppo delusi per rassegnarsi a perdere. La traccia successiva è già una presa di coscienza più amara, è la delusione, la rabbia, cupa e notturna. Sono i bassifondi di "Badlands" (“lascia che i cuori spezzati resistano al prezzo che si deve pagare”), sono i confini oscuri della città di "Darkness on the Edge of Town". I protagonisti diventano consapevoli della loro sconfitta. Per altri fan nostalgici ed esigentissimi il miglior Springsteen al massimo arriva fino al disco successivo. Sono le canzoni di "The River" (qui "The River", appunto e "Hungry Heart"): un suggello a quanto Springsteen e la E Street Band avevano fin lì detto. Ancora rock, sporco e rabbioso, e ballads tinte di sax, anche se cominciano ad emergere, e a tratti a prevalere, i primi accenni rock-pop, che domineranno i pezzi degli anni ’80. Già un fiume è scorso, se facciamo il confronto con la voce nasale e acerba di "Blinded by the Light", primo pezzo del primo disco di Bruce, e apertura anche di questo cofanetto. Eppure il seguito racconta subito di una profonda sterzata dalle atmosfere anche lontanamente pop del decennio ’80 agli albori. Un tuffo nelle origini, per molti un pugno allo stomaco, un viaggio nelle tenebre e nelle contraddizioni della sua America. E’ il folk, così anacronistico, di "Nebraska" e dei suoi figli. Sono assassini e colpevoli, vittime al contempo carnefici, una chitarra acustica e l’armonica a bocca. Poi si torna al rock, muscoloso come non mai, condito da nuovi accenti pop:è una sterzata determinante. Tanto decisiva nelle sorti dell’immagine e della musica di Bruce Springsteen e della sua Band da catapultarli entrambi nelle radio e nei giradischi di tutto il mondo. E’ il successo, quello planetario, e come tale deformante, esagerato, di "Born in the USA". Bruce diventa per tutti il Boss, tra chitarre fender e tappeti di sintetizzatori. Il suo rock si riconosce ancora: la voce esplode a pieni polmoni, c’è ancora la strada, l’America delusa, ma anche una vena gioiosa di rock’n’roll che conquista il grande pubblico. ------------ Lui decide di rifugiarsi nei racconti intimi e di raccontare di amori più adulti, con "Tunnel of Love". Ci sono ancora strade e sconfitti, ma non più fughe incoscienti e senza meta. Eppure la sua musica resiste, senza cedere totalmente al pop, ma piegandolo alle sue esigenze e alla sua cifra stilistica: "Brilliant Disguise", nel suo genere, è un piccolo capolavoro.Con "Human Touch" e "Lucky Town" prova anche a fare a meno delle E Street band e trovare nuovi stimoli con musicisti nuovi, ma il risultato appare troppo “costruito” per suonare vero e sincero. Non ci sono quel calore e quell’energia che davano i compagni di sempre. Ecco perché, nella parentesi da solista, diventa invece un successo, pluri-premiato, "Streets of Philadelphia" scritta per il film "Philadelphia" di Johnatan Demme. Perché è denso di immagini lacerate ma oneste, coraggiose. Così come, tredici anni dopo "Nebraska", il coraggio impregna "The Ghost of Tom Joad", quasi una riesumazione di John Steinbeck, in versione fine millennio. Nell’era del digitale Springsteen torna in pista solo con una chitarra acustica. Rieccoci tornati al principio del discorso. Dal folk al rock, passando per il pop, le folle e i teatri, le grandi autostrade e le delusioni di legami di coppia che finiscono male. Springsteen, nel 2002 è ancor quello ruspante e vivido degli anni ’70? Il rock di "The Rising" non è più, e non potrebbe esserlo, quello innocente e selvaggio degli inizi. Non può più avere il riflesso romantico di "Born to Run". Si è evoluto, per non rimanere prigioniero di sé stesso, nella speranza di non rinnegarsi, ma è ancora rock viscerale e genuino. Bruce Springsteen non è mai stato un compositore geniale (forse a parte le canzoni di "Born to Run"), o un fine e sottile architetto di composizioni sempre originali e sorprendenti. E non ha mai preteso di esserlo. Questa forse è stata la sua arma. Il rock suo e della E Street band hanno raggiunto il pubblico perché non è mai stato suonato al risparmio. La voce è ancora nasale, ma con qualche decennio in più, è diventata più adulta, ma suona ancora sincera. Due splendide tracce dal vivo, "American Skin" e "Land of Hope and Dreams", sono il capitolo ultimo della parte antologica, emblema dell’avventura live che ha celebrato la ritrovata unione con la sua Band. Basterebbe tutto questo, ma a sorprenderci, e anche un po’ illuderci, c’è un terzo disco dedicato agli inediti e alle curiosità. Si, un po’ ci ha deluso: qualche traccia dal vivo, qualche pezzo scritto per film o apparso in tributi vari, qualche outtakes del periodo ‘83-‘84. Un solo pezzo è davvero da Essential: una splendida ballata periodo "Born in the Usa", dal titolo "None but the Brave", con un bellissimo sax di Clarence Clemons e la E Street Band versione rock pop ai suoi livelli massimi. Il cerchio lo chiude una versione acustica di "Countin’on a Miracle", pezzo di "The Rising". Eseguita in versione country, con lo slide: Bruce riprende per la coda le “origini delle origini” del rock. E’ come un tributo, un atto di onestà. E’ Dylan che veste i panni di Woody Guthrie, e Woody che va alla ricerca di Tom Joad, del suo fantasma, o di quello che ne resta. Il Boss, quasi nudo, spoglio di orpelli si appresta a rimettere tutto a posto e tornare nuovamente a casa. Fino al prossimo giro.
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