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Giravano troppe sostanze alteranti, nella San Francisco della seconda metà degli anni Sessanta, perché da quell'ammasso di cervelli fritti uscisse fuori qualcosa in grado di reggere all'urto del tempo inclemente. Si sgretolano, a 35 anni di distanza, i (all'epoca) popolari Jefferson Airplane, perlomeno le loro cose post-"Surrealistic Pillow"; risultano inascoltabili i Grateful Dead pre-svolta roots; checchè se ne dica, anche Sly e la sua Famiglia Stone risultano assai datati; e non è neanche il caso di spendere una parola per l'inetto oltre ogni limite "Country Joe" ed i suoi Fish. All'orecchio di un non-alterato neo-millenario si salvano in toto solo la Janis Joplin, tossica senza posa ma onorevolmente radicata in un blues-sound senza tempo, ed Eric Burdon, inglese da Newcastle-on-Tyne ma espatriato in quel di Frisco ed anch’egli (non è un caso) a conoscenza di una o due cosette riguardo al blues. Burdon era già stato vocliast degli Animals, che tra il ‘64 e il ’66 avevano scritto alcune mitiche pagine della cosiddetta Beat Explosion britannica: basti pensare a “House Of The Rising Sun”, “Don’t Let Me Be Misunderstood” e “We’ve Gotta Get Out Of This Place”. Sciolti gli Animals originali, Burdon navigò in direzione USA, dove dapprima incise uno scialbo album solista (“Eric Is Here”) zeppo di cover con l’assistenza dell’orchestra di Horace Ott. Dopo essere rimasto folgorato dal sogno hippie di Haight-Ashbury, il cantante fissò la sua dimora a San Francisco, dove diede vita ad una band che fu prassi definire The New Animals (con Barry Jenkins alla batteria – unico superstite degli Animals originali – John Weider chitarra e violino, Vic Briggs chitarra e piano e Danny Mc Culloch al basso) e partecipò a tutti i festival e agli “human be-in” di quell’era multicololore e lisergica. Nel corso di questa sua fase “hippie” Burdon – come centinaia di suoi colleghi – si maciullò il cervello di droghe ma incise 4 album di cui almeno due (questo iniziale “Winds Of Change” e il secondo “The Twain Shall Meet”) ottimi. ------------- Se mi è concesso un paragone, “Winds Of Change” ricorda nella struttura un altro disco basilare di quell’epoca, “Da Capo” secondo album dei Love di Los Angeles: una facciata costituita da grandi canzoni e songwriting ispiratissimo, ed una seconda side piena di jams ed elecubrazioni, sintomatica di come in quel periodo – nel bene e nel male – la gente impiegata nel settore controllo qualità delle varie case discografiche se ne andava spesso a fare un giro, o più probabilmente, a farsi una canna. Nel caso di “Winds Of Change” è (quella che originariamente era) la prima facciata, quasi in forma di suite, a dare a Burdon e soci il destro per sbizzarrirsi ed andare fuori di testa. La title-track è una intro sperimentale con tanto di sitar indiano, in cui Eric enumera le sue rimarchevoli influenze (Robert Johnson, Jelly Roll, Bessie Smith, Muddy Waters, Jimi Hendrix, Bobby Dylan, Ravi Shankar). “Poem By The Sea” è invece un buon brano lento e meditativo, che non avrebbe stonato, quanto ad arrangiamento e a nastri suonati al contrario, sul “White Album” dei Beatles, che si fonde poi con una versione “da sballo” di “Paint It Black” dei Rolling Stones. Incredibile la successiva “The Black Plague”, in cui il cantante recita un poema d’ispirazione medievale su un sottofondo d’organo e di esortazioni funeree: incredibile che Burdon si fosse bevuto il cervello al punto da incidere una cosa simile, come anche il fatto che sia poi stata pubblicata: ma questo era il bello, o il brutto, della “classe del ‘67”… Infine, chiudeva la originaria Side A una ruvida jam da concerto intitolata “Yes I Am Experienced”, sorta di replica alla domanda già posta da Jimi Hendrix poco tempo prima. Una facciata, quindi, a tratti sconcertante, e tuttavia tenuta insieme dalla profonda, dignitosa voce blues-influenced di Burdon. La facciata B, per contro, è (a parte i 6 minuti della paradossale “Man–Woman”) tutta da ascoltare e riascoltare a iosa. “San Franciscan Nights”, sorretta da un arpeggio di chitarra che è rimasto nella storia, è una delle migliori pop-songs dell’epoca hippie, ed allo stesso tempo un sincero atto d’amore di Eric Burdon nei confronti della città in cui, come dichiara nella canzone, non era nato, ma dove forse “sarebbe morto”. “Man - Woman”, fatta essenzialmente di voce recitante, bonghi e qualche chitarra urlante, spezza il filo e pare appartenere più alle forme “ambient” della facciata A. Poco male, però, perché subito dopo Burdon e i New Animals ci regalano con “Hotel Hell” uno strabiliante pezzo pop dal sapore morriconiano con tanto di chitarre tex-mex e tromba “Spaghetti-western”. Uno come Nick Cave ne tirerebbe fuori, è sicuro, una splendida versione. La successiva “Good Times”, introdotta dal motivo suonato al piano, è (dovrebbe essere) un classico, roba da Leiber-Stoller, Lennon-McCartney o anche Rodgers-Hammerstein, ed invece, chissà perché, resta misconosciuta. A tratti ricorda gli Small Faces del periodo “Lazy Sunday” e rappresenta uno degli apici della produzione di Burdon – anche in paragone alla migliore produzione pop dei primi Animals – con la sua lirica fatta di rimpianto per i “bei tempi che sono andati sprecati” e con un’interpretazione colma di urgenza del cantante. Peccato non sia più nota, forse il suo “peccato originale” è quello di essere contenuta su QUESTO album, troppo psichedelico e a tratti ostico… “Anything”, che anch’essa all’epoca uscì come singolo, è un’altra valida canzone pop, stavolta eseguita con tanto di più tradizionale accompagnamento orchestrale, a dimostrare che Eric Burdon poteva essere anche qualcosa di “altro” che non solo un cantante blues. Conclude “Winds Of Change” una seconda e più ispirata jam bluesata in cui, a chiudere il cerchio, Burdon torna a citare gli artisti blues e rock che lo hanno maggiormente influenzato. --------- Con tutti i suoi difetti, e ne ha, “Winds Of Change” riesce a non essere solamente un adorabile oggettino di modernariato hippie, ma continua a distribuire, in virtù della creatività – presumibilmente anche indotta – e delle superiori capacità vocali del suo autore, sensazioni importanti, e canzoni indimenticabili. Restiamo pertanto in trepida attesa della ristampa di “The Twain Shall Meet”, il capitolo successivo, e a tratti migliore, nella saga lisergica di Eric Burdon & The New Animals. ----------- P.S. Eric Burdon è vivo, sta bene, vive negli USA e talvolta torna ad esibirsi dal vivo. Non perdetevelo nel caso capitasse in qualche club a voi vicino.
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