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Ormai si sa che cosa ci si deve aspettare da un disco dei Sodastream, duo australiano composto dal cantante e chitarrista Karl Smith e dal contrabbassista Pete Cohen, ovvero, un disco lento, malinconico, dai toni minimalisti e dalle atmosfere soffuse; e stato così per "Looks like a Russian" e per "The Hill For Company" (quest'ultimo acclamato dalla critica ed esaltato dal pubblico) dove potevano anche contare sull'effetto sorpresa e sulla fortuna di essere capitati in piena esplosione NAM (massì, uno in più, uno in meno... che differenza fa?) ma ora la formula non funziona più... meglio... funziona, ma il fatto che sia consolidata e ormai un vero e proprio "marchio di fabbrica" che alla lunga annoia, e sono tanti i momenti di "A Minor Revival" che toccano la noia. Un disco composto da canzoni troppo lente, da atmosfere paradossalmente troppo minimaliste e dilatate nello stesso tempo, rendendolo in qualche modo incompiuto. Quindi, le tredici canzoni dell'opera si appoggiano su quello che viene chiamato "nuovo folk", con chitarre e batterie spazzolate che richiamano sia il NAM - se mai fosse esistito - che un certo country americano, una certa aria westcoastiana che ha investito prima di loro Thrills e Turin Brakes. Inoltre era già noto che il modo di cantare di Karl Smith assomigliasse a quello di Stuart Murdoch, e fin qui tutto bene, ma le canzoni di "A Minor Revival" sembrano sul serio delle copie dei Belle & Sebastian nella loro essenzialità come "Out", "Brass lines" e "Mrs Gray". Forse un disco interlocutorio questo dei Sodastream, perchè in mezzo a tutti questi rimandi al pop anglosassone e al mainstream della costa ovest anni '60 con rimandi a Crosby, Stills, Nash & Young, Country Joe & the Fish, Van Dyke Paris e addirittura Woody Guthrie ("Chorus line"), contiene delle canzoni che fanno ben sperare ad un futuro evoluzionistico per Smith e Cohen, come "America" e "The Women's Revue" dove si percepisce un crescendo catartico di emozioni e pathos in una grandeur di violini e violoncelli, di chitarre e di batterie non più soltanto spazzolate. Insomma, un disco da prendere con le molle "A Minor Revival", perchè in sostanza è un altro "The Hill For Company", non brutto - perchè se i dischi brutti fossero così vivremmo in un mondo migliore - ma semplicemente troppo simile ai predecessori per essere apprezzato come a suo tempo abbiamo apprezzato gli altri.
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