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Chapel Club
Palace
2011
Loog/Universal
di Daniele Bagnol
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Nonostante si tratti solo dell’album di debutto, associ subito il nome Chapel Club a qualcosa di già sentito: in effetti il quintetto di fighetti sbarbati londinesi si trascina un buzz mediatico negli angoli più remoti dei blog di nerd-indie-cercatori d’oro già da qualche mese - per non parlare di NME che li aveva inseriti tempo fa sotto l’ambita pagina “Radar”- tanto che l’ uscita del disco può essere considerata poco più di una formalità giusto per dire il famoso “Te l’ avevo detto che erano forti questi!” e lustrare il proprio nerd-appagamento. Ma un brusio del genere ha anche il suo rovescio della medaglia: si rischia di presentarsi con delle aspettative talmente alte da next big thing da portare un disco “semplicemente nella media” alla stroncatura più totale.
Detto questo, parlando di Palace dovete scordarvi quest’ultima parte, quella del rovescio della medaglia, perché il disco è composto da undici gioiellini indie-shoegaze che insieme compongono un lavoro largamente, ma molto largamente, sopra la media. Ad essere sincero, l’impostazione vocale di Lewis Bowman e qualche accordo iniziale mi hanno trascinato con dolcezza verso i primi White Lies, una carezza amara che è durata il tempo di un sospiro: perché i Chapel Club riescono ad andare oltre quella sofferenza caramellosa - fin troppo abusata da alcuni nell’ ultimo periodo - per smuovere invece alla grande quel fumo di quartieri industriali su cieli imbronciati di Londra. Naturalmente il marchio rimane quello dei My Bloody Valentine anche se le distanze, anziché diminuire, aumentano col passare degli ascolti per avvicinarsi più a Echo & The Bunnymen e alla new-wave a cavallo tra i due secoli. Caratteristica peculiare del disco, la voce profonda ed interiore di Bowman si incastra alla perfezione con quei muri di chitarra che vengono innalzati da Michael Hibbert e Alex Parry (ai quali si intrecciano il basso di Liam Arklie e la batteria di Rich Mitchell): il gioco, semplicisticamente parlando, sta tutto lì. L’andatura incessante per tutta la durata di Palace esalta i continui cambi di rotta ed i tappeti ritmici che vengono stesi: The Shore ne è l’esempio più lampante, ma sarebbe ingrato non citare anche White Knight Position e la splendidamente onirica Fine Light con le sue due anime opposte; il resto è potenzialmente tutto materiale da singoli come le spolverate di pop di All The Eastern Girls, ma non voglio rovinarvi la sorpresa di scoprire le altre.
I Chapel Club quindi si mostrano con questo esordio subito sicuri di se stessi, senza sbavature e con un’ ottima intesa, frutto anche dell’eccellente lavoro di produzione di Paul Epworth (già Primal Scream, Bloc Party e Florence & The Machine): tutto ciò mi fa sbilanciare nell’idea di inserirlo nell’ angoletto dei dischi dell’ anno, praticamente un diamante purissimo.
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16/03/2011 -
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