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E’ difficile parlare male dei Mogwai. Dover criticare in maniera negativa il gruppo che ha sostanzialmente inventato, plasmato, un genere (il “post-rock”) influenzando lunghe file di adepti è compito crudele e meschino. D’altra parte non si può ignorare l’evidente flessione nel percorso della band di Glasgow: dopo la svolta quasi-pop di Mr. Beast (disprezzata dai fans puristi, ma in realtà materializzatasi in uno dei più bei dischi dello scorso decennio) il successivo The Hawk Is Howling ha segnato le prime crepe nel muro sonoro di Stu Braithwaite e compagni. Un ritorno al passato, un album completamente strumentale (dove invece nel precedente veniva indicata una nuova, sorprendente, via più vicina alla forma canzone) e dal retrogusto vetusto. Poca cosa, nonostante non mancassero un paio di guizzi da fuoriclasse (I’m Jim Morrison, I’m Dead e la bellissima The Sun Smell Too Loud).
Passati due anni, regalatoci lo splendido live dvd/cd Special Moves/Burning, la situazione sembra non essere cambiata poi molto. Il feeling che trasmette Hardcore Will Never Die è lo stesso di sempre: un lungo trip tra atmosfere eteree e sferragliate noise, il tutto modellato con la solita classe ed una qualità strumentale fuori dalla media, un gradino più in alto rispetto alla concorrenza. Forse un po’ più cattivi, più duri in alcuni brani, ma la sostanza non muta molto. Come in The Hawk, il problema sembra affliggere più che altro la qualità intrinseca delle composizioni. La sensazione è che si sia svolto il classico compitino, che non ci sia una reale urgenza creativa a muovere tutto il circo. Un lavoro, come si suol dire, di mestiere. Latitano, insomma, i pezzi travolgenti, quelle cavalcate che ti spezzano il fiato ed aumentano l’adrenalina nel sangue. Latitano, ma non per questo sono completamente assenti: perché questo album può non piacere quanto si vuole, ma è impossibile restare indifferenti rispetto all’esplosiva epicità di Rano Pano (cinque minuti e quindici secondi da incorniciare e consegnare alla storia del rock) o ai pregevoli e dinamici tessuti di Death Rays, il ritmo serrato di San Pedro ed, ancora, la malinconica e sognante Letters To The Metro. Curiosamente queste composizioni compaiono una dopo l’altra all’interno della tracklist finendo per restituire grande spessore alla parte centrale del disco e poco interesse al resto dell’opera, per quanto il livello qualitativo resti mediamente sulla sufficienza.
Insomma, niente di nuovo sotto il sole; ma è un sole che riscalda ancora.
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