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Diciamo sin da subito che tre sono i percorsi principali che una band può abbracciare specie oggi nell’era dell’evanescenza newyorkese: la sommossa, l’oblio o il limbo. Ora indipendentemente dalla correnti transoceaniche, i Fujiya & Miyagi sono sempre stati un po’ lì, cioè in seno alla terza posizione di un limbo procuratogli o da eccessive lodi o da eccessive cattiverie. Troppo per una band che in dieci anni di lavoro non è mai riuscita a spiccare definitivamente il decollo. O meglio, è stata semplicemente ferma, masticata dalle sue stesse quadrature nello sforzo di fare bene ciò che gli riesce meglio. Nessun problema chiaramente. In fondo, riconosciamo al gruppo di Brighton la capacità di cadere restando in piedi e questa volta anche l’attitudine di spostarsi in avanti, perlomeno rispetto a certe mediocrità commesse con l’ultimo Lightbulbs (2008). Ma il limbo è evidentemente una caratteristica di Steve Lewis (Fujiya) e David Best (Miyagi), e lo stile compilativo pure. Effetti, filtri, voce sussurrata/strascicata, cioè francesismo e inglesismo, o se preferite, costruzioni al confine tra le due cose.
Ventriloquizzing si apre, così, alla relatività delle buone intenzioni, alza di certo la posta in gioco e ripercorre a sommi capi i principi dell’elettronica. La scenografia è quella notturna, cupa, sinistra e fatta di silicone morbido e infrangibile. Di fatti è proprio il caso di citare la Francia, i Colder, gli Air e le commistioni in stile Stereolab. Episodi come Ok, Yoyo e Pills sono ottime tracce che attestano a pieno i rimandi sopracitati, oltre che la marcatura irregolare dei toni e la benefica nevrastenia motorik. E così il ritmo che è sempre declinato secondo parametri unici, resta la principale chiave d’accesso di questo quarto lavoro. Cosa che succede sia quando a scattare è l’incanalatura funky di Cat Got Your Tongue sia quando a passare per mano è il cocktail electro-manierista di Minestrone. La ricerca è inferiore rispetto al passato, ma alcuni pezzi hanno una buona solidità. Sixteen Shades Of Black & Blue così come Tinsel & Glitter sono gli spigoli più vividi dell’album, quelli trattati con più bassa fedeltà e pilotati da una batteria capace di marciare meccanica al punto. I minuti peggiori del disco arrivano con Spilt Milk, totalmente senza direzione, una semplice pièce teatrale (atto unico) suonata al piano. Universe è la summa finale che restituisce il totale pagato all’intero, una litania sepolcrale fatta di cori spettrali, cantato monotono e synth raggelanti.
Si chiude così il cerchio delle possibilità espressive di una band che pare aver detto già tutto, seguitando oltre modo a ripescarlo d’accapo. Ventriloquizzing è sufficientemente adeguato ai tempi, ed è certamente un album che supera le aspettative grazie ad una buona guaina elettronica. Ma il limbo è ancora una volta palpabile, ed è ciò che rende Fujiya & Miyagi un progetto da ‘salotto bene’, una rivisitazione che ad oggi è slavata e scolorita dalla grana più sottile e raffinata dei loro restanti colleghi, che obiettivamente, negli anni, sono riusciti a fare e a dire molto meglio di Steve Lewis e soci.
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