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L'esordio discografico da solista dell’italo-francese Fabio Viscogliosi ha generato grande stupore tra i critici e gli appassionati di musica del nostro paese. Un anno dopo il tormentone "Les vents nous porterà" dei Noir Desir e dopo anni di feeling elettronico con la club culture che ha reso note una disordinata armata comandata da Air e Daft Punk, finalmente spunta fuori, come una mosca bianca, un raffinato cantautore che pesca nella tradizione pop nostrana - Battisti e Celentano i paragoni più sfruttati, ma anche De Gregori e Alberto Fortis per non dire Samuele Bersani - e la reinterpreta con grazia e maestria in 14 movimenti divisi tra siparietti strumentali e atti minimali, atti che ci riportano quindi alla scuola francese dei vari cantanti confidenziali, Serge Gainsbourg e Jacques Brel ma anche i recenti Yann Tiersen (con cui il Nostro ha collaborato) e Miossec; in definitiva, un insieme ordinato di grandi tradizioni pop da cui derivano canzoni che non sfigurano affatto ma si fanno ammirare ascolto dopo ascolto per un senso di appartenenza donato da questi arrangiamenti apparentemente scarni e in realtà molto lavorati e studiati, un trucco anche usato da Morgan nel suo "Canzoni dell'appartamento" che potrebbe essere accomunato a "Spazio" per forma e struttura, e un fascino sprigionato in egual misura sia dalla naivete del cantato e dei testi - con certi sgambetti linguistici che hanno un che di sublime - che dalla raffinata e molto radical-minimale veste grafica, curata dallo stesso Viscogliosi che in Francia è soprattutto un vignettista molto apprezzato, che raffigura il suo marchio di fabbrica, ovvero l'asinello, che appare anche nella canzone "Sogno di fesso", che ricorda i lenti anni '70 che hanno costruito la leggenda di Lucio Battisti sopra un tappeto di chitarre arpeggiato e tastiere. Da notare anche come Fabio si dimostri un musicista poliedrico e versatile, difatti, suona praticamente tutti gli strumenti tranne le batterie (suonate prima da Jean-Michel Pirès e poi da Christian Quermalet) e procede anche alla registrazione al mixaggio e alla produzione artistica del lavoro; naturale quindi il taglio casalingo, minimale ed altamente confidenziale - come nella migliore tradizione d'oltralpe - di "Spazio". Altre canzoni che vengono ricordate grazie ai poetici strafalcioni linguistici di Fabio Viscogliosi sono "Quasi nello spazio" e "Riflesso", dove la fragile voce dell'autore spezza il precario equilibrio creato dai ghirigori strumentali del pianoforte e delle chitarre sempre arpeggiate, con una batteria mai fuori riga e da arricchimenti quali rhodes e synth azzeccati e mai eccessivi; sono rimarchevoli anche i siparietti strumentali, soprattutto "Pomeriggio", "Catch a wave" e "...", dove il mirino musicale si sposta verso certo pop a bassa fedeltà che richiama l'Inghilterra e soprattutto gli Stati Uniti (verso Modesto... vi dice qualcosa?). In definitiva, "Spazio" di Fabio Viscogliosi si ascolta con piacere, senza mai annoiarsi, merito di una freschezza non comune e di canzoni che nella loro semplicità - e se vogliamo banalità - riescono pur sempre ad appartenere a chi le ha composte ma anche a chi le ha composte. Di sicuro uno degli esordi più convincenti dell'anno, con un'irresistibile vena naif e una grande apertura musicale - già il fatto di cantare in italiano - che rende al suo autore un giusto merito, quello di aver fatto uno dei dischi più fedeli alla nostra tradizione pop senza appartenere di fatto alla nostra scuola - anche se gli ascolti ripetuti di Battisti si sentono - il che dovrebbe far pensare sull'effettiva validità della nostra avanguardia pop (di cui si salvano solamente Tiromancino e Samuele Bersani). Ma superando le preoccupazioni, ci restano le immersioni in questo "Spazio" davvero da gustare.
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