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Arriva proprio in chiusura d’anno uno tra i migliori lavori di questo 2010: il tanto atteso debutto sulla lunga distanza di Darkstar, duo di manipolatori di suoni – James Young e Aideen Whaley – attivi da un triennio nel ribollente movimento dubstep e ora coadiuvati dalla onirica, distante, minimalista voce di James Buttery, che si sostituisce ai tradizionali campionamenti vocali tipici di questa “scuola”.
È la seminale Hyperdub a dare alle stampe un lavoro che funge senza dubbio da spartiacque per l’epopea dubstep-grime, consacrata dalla raccolta 5 Years Of Hyperdub (2009), dove c’era il pezzo-capolavoro Aidy’s Girl Is A Computer di Darkstar, e ora “sconfessata” da questa eccellente produzione, che prende un’altra strada, rispetto alle sintetiche malinconie post-metropolitane, piene di cupi beat, di Burial, altro immenso artista di scuola Hyperdub. Con North siamo di fronte a un cortocircuito felice e sepolcrale al contempo: sadness elettronica, venata di abbozzi pop, con oscure movenze da apocalittica poesia post-rave. È un misto di dismissioni industriali, a cominciare dalle tubature virate in rosso della splendida copertina, passando proprio per la base soffuso-rumoristica della title track, insieme con una congerie di melodie emozionali e vocalizzi a tratti tardo-decadenti, con molti minuti quasi in totale assenza di beat. Una sorta di lenta, anche se breve (sotto i 40 minuti), colonna sonora degli anni dieci che vengono, ma in dialogo permanente con gli ultimi trenta anni del versante più popular della musica elettronica. Così l’ouverture di In The Wings ci anticipa la lontananza dai canoni dubstep, mentre Gold, cover di You Remind Me Of Gold degli Human League ci proietta immediatamente in quegli anni ’80 del Novecento, che sembrano essere la materia cangiante dei migliori sentieri elettronici battuti e interrotti nell’ultimo decennio. Nelle pieghe di Deadness, Under One Proof, Two Chords e Ostkruez, oltre che della già citata title track si rintraccia il sottile filo rosso che lega la passione provata da molti di noi per l’oscura IDM degli ultimi venti anni, alle sonorità che ascoltavamo quando eravamo adolescenti: il dark sinfonico e tribale; la tarda new wave lirica e cerebrale. E Dear Heartbeat è forse “il pezzo” di questa fine 2010, che con When It’s Gone chiude un album che spiazza completamente l’ascoltatore (a cominciare da chi scrive queste note), rispetto alle premesse desunte dalla storia Darkstar e dall’etichetta di produzione.
Pensavamo di essere investiti dai battiti sincopati dubstep, siamo invece conquistati da liriche melodie di un’elettronica senza tempo, da ascoltare sotto le prime luci di un’alba che non farà sicuramente rimpiangere le notti appena passate.
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