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Per essere un cantautore che mira all’essenziale, Gianmaria Testa è pieno di sorprese. Dopo un’esperienza almost acustica (“Il valzer di un giorno”) e dopo averci detto nell’intervista rilasciata nel suo ultimo concerto romano che il nuovo disco avrebbe avuto solo la musica necessaria, Testa mette insieme una serie varia di musicisti (14) e produce una variazione musicale impressionante di suoni, dallo swing di “Altre latitudini” (titolo anche dell’album) alla canzone in napoletano di “’na stella”. E questo partecipare di musicisti (solo in due casi, “Una lucciola d’agosto” e, appunto, “’Na stella” si ha un solo strumento in gioco, rispettivamente l’amata chitarra per una canzone scritta in tenera età e il pianoforte di Rita Marcotulli per l’unica canzone dell’album scritta da un’altra persona, il chitarrista Fausto Mesolella) produce risultati molto vari in quanto al tipo di musica (anche blues) ma non ai risultati: sempre canzoni ben riuscite e penetranti, di quelle che quando le ascolti dopo ti ricordi di loro, un valore non indifferente in questa confusione di suoni che ci circonda. Ovviamente vi è l’eccezione, rappresentata da “Nient’altro che fiori”, che è proprio un gioiello: ascoltatela la sera tardi, prima di addormentarvi, e lasciatevi condurre dallo splendido assolo di Enrico Rava (unica sua partecipazione al disco) che con la sua tromba conduce la canzone verso un mood nostalgico stupendo, una dolcezza triste e malinconica che vi costringerà a spegnere tutti gli altri suoni per concentrarvi su questa unica voce. Del resto nel disco questa non è l’unica volta dove gli strumenti prendono il sopravvento e le canzoni si chiudono nella pura musica, basti pensare alla canzone iniziale, “Preferisco così”, il cui finale solo musica dà veramente i brividi. E questo è forse l’approdo naturale per un artista che ha fatto della collaborazione con gli altri un suo tratto distintivo, come dimostrato anche dalle collaborazioni extra musica nel campo del teatro, e che in questo caso ha condotto ad una presenza consistente di fiati (8 canzoni su 14) e archi nonché a ritmi molto diversi, compreso il blues di “Voce da combattimento” in cui una strumentazione elettronica (basso e chitarra) gioca la parte preponderante (e così nessuno potrà più rievocare la figura di Paolo Conte che il blues non l’ha mai fatto!). Sviluppando un tema ricorrente quale è l’amore (leit motiv di tutte le canzoni), quindi, Testa ha condotto un viaggio all’interno del suo mondo musicale che è molto più variegato di quanto voglia la vulgata che lo riconduce agli epigoni Contiani e ha fatto tutti quegli “esercizi di stile” che dimostrano una continua evoluzione sui ritmi musicali dovuta ai diversi gusti che il cantautore cuneese ha e che propone in tutte le sue latitudini. Una segnalazione la meritano anche i testi che si rivelano sempre non banali, privi di quelle parole inutili e consunte che oramai non sono più credibili quando si sentono pronunciare: basterebbero come prova di ciò alcuni versi della prima canzone (“Preferisco così/senza troppo rumore/come quando si sta soli/dietro una porta a guardare che spiove”) o la dichiarazione di poetica contenuta in “Solo per dirti di no”, quando, rivolgendosi all’amata in un momento difficile, non si sfugge alla considerazione che “dire per dire/lo so che lo sai/sarebbe inutile ormai/sarebbe inutile ormai”). Forse in alcuni casi le parole usate sono criptiche, immagini personali e metafore non chiare ad un primo ascolto che rendono più impegnativo seguire la canzone e richiedono uno sforzo di comprensione maggiore ma, questo, è uno dei piaceri dei successivi passaggi del CD. Che cosa altro resta da dire? Credo sostanzialmente due cose. La prima è che quando lo vedranno in Germania ed Austria saranno molto sorpresi da questo cantante italiano che non assomiglia al più famoso connazionale all’estero (Eros, per chi non lo sappia) né allo stereotipo della canzone italiana. La seconda è che nel suo quinto album Testa cambia ancora un po’ e che il pendolo della sua poetica, oscillante fin dall’inizio verso un’essenzialità maggiore dei suoni, ha forse cambiato direzione e si muove ora verso la ricerca di una strumentazione più complessa, anche se mai invasiva della canzone, e che forse nel futuro si arriverà ad una vera e propria orchestra, magari con tutto lo swing anticipato in “Altre latitudini”. E così per descriverlo tireranno fuori ancora il nome dell’altro piemontese… Ma voi non badateci e, intanto, parafrasando il consiglio di Erri De Luca contenuto nella presentazione del disco, “comprate il disco, portatelo sudati, trafelati, alla creatura preferita, amata”
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