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Diavolo di un Dave Matthews! Lui decide di fare un disco da solo, senza la fedele band, la Dave Matthews band appunto, e tu ti aspetti che tiri fuori un disco ricco di virtuosismi e di chitarre in primo, primissimo piano. Invece Some Devil è un disco di suggestioni dove la cosa più importante è sempre la densità e la tonalità dei colori complessivi, più che l’acuto del solista, dove gli arrangiamenti sinfonici e orchestrali scelti per alcuni brani non distraggono dal compimento del percorso, ma allargano semmai le tonalità soffuse del dipinto. Certo la sua voce ci mette come sempre del suo, con quel suo particolarissimo reggersi sul limite, tra un falsetto quasi soffocato e un vibrante e pacato incedere. E la sua chitarra non manca mai, anche lei carica del particolarissimo e inconfondibile tocco del suo interprete. Ma è la regia, la definizione dell’insieme a dare la cifra stilistica di questo album. Il primo brano, Dodo, è già un suggerimento piuttosto esplicito. La chitarra detta un riff semplice e insistente, il drumming è molto calibrato, i suoni levigatissimi. Il groove non è affatto male, anche perché la voce di Dave galleggia tra un colore pulito e striature quasi “sabbiose”. Canta con finta indifferenza, ma lascia il segno. Eppure manca qualcosa. Siamo troppo abituati a sentire la DmBand al completo? Forse è questo. So damn lucky, il brano successivo, prosegue sulla stessa linea, con in più una vena malinconica ancora più marcata: “Oh mio Dio, vieni a vedere Cosa ne sarà di me / Cuore congelato / Ruote che gridano/ Quelle grida provengono da me?” Cominciano a delinearsi delle immagini anche piuttosto forti. Pare una riflessione sull’esistere, sulle responsabilità, e sul sentirsi dei sopravvissuti dopo una grande paura. Forse è ancora il grido e il fantasma che aleggia su un America reduce dall’incubo mai superato dell’11 Settembre. E che Dave Matthews, originario del Sud Africa sente sulla sua pelle da cittadino americano. Ma il senso delle sue parole e delle sue immagini si deforma, assume contorni nebbiosi o sfuocati, va al di là di una circostanza ben precisa. “So damn lucky”, appunto, “così dannatamente fortunato”, è chi ha visto la morte in faccia, ha sentito il proprio ultimo lamento per poi rendersi conto che non sarebbe stato l’ultimo. E’ una morte da esorcizzare raccontata come in un filastrocca funebre, come una cantilena tramandata da tempi immemori nel brano Gravedigger: “Hey scavafosse, quando scaverai la mia fossa/ falla poco profonda/ cosìcché io possa sentire la pioggia”. Il feeling è intrigante, e quasi sempre raggiunge l’ascoltatore. Ma da Dave Matthews, capace di creare dischi splendidi come Under the table and dreaming e Crash, vorremmo sempre qualcosa in più. Qualcosa di più c’è. Tra le pieghe di Trouble, forse, brano che sa di acque torbide e agitate. Forse Stay or leave, con alcuni guizzi di genio. Ecco, forse in un disco dove le suggestioni e le immagini sonore non mancano, forse a mancare sono quei lampi di genio, che hanno caratterizzato (gli) altri dischi di Dave Matthews. Qui torna il discorso della band. Senza niente togliere agli straordinari musicisti che suonano in questo disco (oltre all’amico di lungo corso Tim Reynolds alle chitarre, la sezione ritmica formata da Brady Blade alla batteria e percussioni e Tony Hall ala basso, le chitarre di Trey Anastasio, se non ricordiamo male già alla corte di Dylan e Stephen Harris alle tastiere e al “programming”) la Dave Matthews Band aveva, e ha, un “sound” che a tratti ha del miracoloso. Merito anche di Dave, chiaramente, ma anche di arrangiamenti coraggiosi e freschi, che la band tirava fuori con generosa energia. Per questa volta Dave ha preferito lasciare l’energia da parte e cercare una dimensione più densa, più malinconica. Forse era proprio per questo che questo disco doveva farlo, e doveva farlo senza la band. Come lui stesso ha detto, adesso ha ancora più voglia di tornare a suonare con la sua band.La parola fine la dice, ancora, lo spettrale e infaticabile Gravedigger, la cui ombra è ancora lì, con la vanga tra le mani, sotto la pioggia, che scava sotto la terra umida. Come un fantasma, al quale senza timore cantiamo la nostra filastrocca, pregandolo di non mandarci troppo in fondo“...così che io possa sentire la pioggia...”
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