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Tra i gruppi che più hanno contribuito a definire il sound del Terzo Millennio, non si possono non includere i newyorkesi Interpol. La band di Paul Banks torna a farsi viva con questo album omonimo, l’ultimo a portare anche la firma del bassista storico, Carlos Dengler, il cui divorzio dai colleghi a causa di insanabili dissidi è ormai ufficializzato. Già annunciato il nome del successore, David Pajo, già negli Slint, sicuramente un professionista di tutto rispetto. Resta da capire se e fino a che punto l’apporto di Dengler, che degli Interpol era anche fondatore, si potesse considerare una “firma” sul sound di questa band: la stragrande maggioranza degli artisti alternative rock attualmente sulle scene è enormemente debitrice al loro magnetico amalgama di post-punk, chitarre acide, liriche esistenzialiste e spleen postmoderno.
Interpol è quasi certamente da interpretare come un ritorno alle origini per la band americana: la scelta di intitolare l’album con il loro stesso moniker non appare affatto casuale, e anche l’artwork, quasi magrittiano nella sua freddezza minimalista, sembra suggerire un riavvicinamento alle sonorità viscose e melanconiche del seminale Turn On The Bright Lights. Ricordiamo che gli Interpol sono reduci dallo scivolone di Our Love To Admire: certo non uno degli album peggiori degli anni Duemila, ma coinciso con una probabile crisi di identità della band, che aveva prodotto un sound molto radiofonico e mainstream che non li rispecchiava affatto.
A scanso di equivoci, chiariamo che Interpol è ben lungi dal rinverdire i fasti di Turn On The Bright Lights. Di acqua sotto i ponti ne è passata, e il solo fatto che quel disco abbia gettato le basi per una vera e propria nuova corrente del rock moderno, fa sì che qui gli Interpol non propongano nulla di nuovo. Cure, Chameleons, i giovani Arcade Fire (che degli Interpol sono probabilmente discepoli, ma che ultimamente impazzano ovunque, laddove Banks e soci hanno sempre mantenuto un profilo piuttosto basso): questi riferimenti ci sono tutti, ma nulla che abbia la scintilla innovativa di Turn On The Bright Lights. Francamente trascurabile l’opener Success, le seguenti Memory Serves, Summer Well, Lights, ci restituiscono solo un alone delle schitarrate laceranti di Banks e Daniel Kessler. Gli Interpol sembrano lanciare un messaggio del tipo: ieri eravamo giovani inquieti e tormentati, oggi siamo sempre noi, ma con qualche annetto in più, più saggi, più maturi, meno avventati... OK, messaggio recepito, ma ad essere sinceri la cosa ci rattrista un po’. Il senso dell’ineluttabilità del tempo che scorre non è nuovo agli Interpol; ma, messo in questi termini, dà la sensazione nettissima di un fuoco di sentimenti, passioni e paure, che lotta per uscire, divampare, esprimersi, ma viene prudentemente soffocato con soluzioni un po’ troppo manieristiche. In Barricade si intravvede qualcosa dei vecchi Interpol, così come in Always Malaise (The Man I Am), pezzo molto dark, e nella cupa All Of The Ways. Safe Without parte bene, ma si perde nel prosieguo. Bene Try It On e la conclusiva The Undoing, magari non memorabili, ma dirette e cristalline.
Giudizio complessivo? Buono, ma il problema, con l’alt rock, è sempre lo stesso. Ora, se gli Ac/Dc, gli Iron Maiden, o gli Aerosmith, fanno la stessa, identica cosa da quarant’anni, e ciononostante la gente continua a comprare i loro dischi e a riempire gli stadi per loro (provateci voi a trovare un biglietto per gli Ac/Dc!), vuol dire che hanno capito come stare al mondo: facciamo rock, senza –alt e senza –post, lo facciamo da dio, i fan si aspettano esattamente questo da noi, continuiamo a farlo. Va bene così, il rock è rock e non morirà mai. Ma loro sono delle icone, e possono permetterselo; gli Interpol, che delle icone non sono ancora, qualche domanda in più se la devono porre. Il genere che hanno contribuito a creare corre, molto più di altri, il rischio di non riuscire ad evolversi, senza allontanarsi definitivamente da quella che è la matrice universale (il rock, appunto). Fossilizzarsi su posizioni ancora troppo poco consolidate per costituire un capitolo importante nella grande storia della musica, non conviene a nessuno. Ben venga il ritorno alle origini, purché sia accompagnato da quella carica innovativa che dà sempre vita a qualcosa, e che gli Interpol erano riusciti a infondere nella loro musica agli esordi.
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