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Non è un caso che Steve Lacy abbia deciso di approfondire la propria collaborazione con un musicista della levatura di Riccardo Fassi. Ciò che ne esce fuori è un jazz agile e disimpacciato, ricco di spunti tematici, di intuizioni sviluppate con eleganza e maestria strumentale. Steve Lacy rappresenta uno dei massimi esempi di coerenza musicale, non soltanto per l’aver perseverato lungo la strada di un jazz equilibrato ed armonioso, perennemente in bilico fra improvvisazione e sentimento, estroversione e chiaroscuri interiori, ma per l’aver portato l’arte del sax soprano a livelli di perfezione assoluta, quasi diafana. Tant’è che lo possiamo annoverare attualmente fra i massimi virtuosi dello strumento. Tuttavia, la statura di un artista come Steve Lacy non lascia per nulla in ombra gli altri strumentisti, anzi, le diverse individualità sembrano cooperare ad un progetto comune, caratterizzato da un’orchestrazione abile e sapiente, da un insieme di nuclei tematici intorno ai quali far confluire le diverse esperienze musicali, gli intrecci, le intuizioni creative, la struttura degli assoli e le influenze stilistiche. Fasci di note in libertà che si amalgamano come per magia, divagazioni pianistiche sorrette da un complicato canovaccio di accordi in progressione, dialoghi e alternanze, sinergie bilanciate. Riccardo Fassi dimostra tutta la sua poliedrica versatilità, intesa come capacità di adeguarsi di volta in volta alle circostanze, ai diversi aspetti e “fisionomie” della musica. Un eccellente pianista, le cui numerose collaborazioni, anche internazionali - Steve Grossman, Kenny Wheeler, LeRoy Jenkins, Don Moye, Gunther Schuller, Massimo Urbani, Enrico Rava, Gianluigi Trovesi, persino musicisti d’avanguardia come Tim Bern (ma vi assicuro che l’elenco è molto più ampio) - rendono insostituibile il suo ruolo nell’organico e particolarmente efficace il suo apporto in termini di qualità ed ispirazione melodica. Rilevanti e tuttavia controllati, persino sobri, gli influssi provenienti dalle diverse scuole jazzistiche: Gil Evans, Cecil Taylor e Thelonious Monk, tanto per citarne alcuni. Tipicamente monkiano il terzo brano “Dummy”, che dà il titolo all’album, con quel suo attacco iniziale strampalato e claudicante, che potrebbe nondimeno essere attribuito ad un Ornette Coleman o ad un Albert Ayler. Brani distesi e melodici che si accompagnano a brani inquieti e problematici. Ed ancora l’andamento orientaleggiante, da Bolero raveliano, di “This Is It” o le improvvisazioni collettive, che sembrano disgiungersi e ricongiungersi ripetutamente, ovvero i guizzi caotici ed estemporanei di “Together”. Notevole, bisogna dire, il potenziale timbrico e melodico del contrabbasso di Renzi (“Replicante”), scorrevole e puntuale il drumming di Fioravanti. Infine “Mon Ami Attila” (l’ultimo brano), caratterizzato da un incipit silenzioso, a tratti introverso, che a poco a poco si trasforma in un irresistibile crescendo caleidoscopico di ritmi e dialoghi serrati fra pianoforte e sax. Si tratta insomma di esperienze musicali (ed individuali) eterogenee, interpretabili da diversi punti di vista e contraddistinte nonostante tutto da un comune modo di “sentire”, da un comune approccio alla musica, da un comune impegno sociale e culturale, che stanno a dimostrare quanto siano importanti nel jazz l’amicizia, il contatto umano e lo scambio reciproco di idee. Senz’altro un disco da ascoltare in religioso silenzio, con concentrazione e spirito rilassato.
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