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Adesso sì che ci siamo, per davvero: dopo un paio d’anni in cui la montagna mediatica NRR (new rock revolution) era sembrata partorire solo topolini alla Strokes, YeahYeah Yeahs e Libertines – con la solitaria eccezione degli strepitosi White Stripes – finalmente ecco arrivare un gran disco, nelle vesti di questo esordio dei Kings Of Leon. Trattasi di una band giovanissima – età media 20 - proveniente da Nashville in Tennessee, composta da tre fratelli ed un cugino (Caleb Followill alla voce e chitarra ritmica, Nathan Followill ai tamburi, Jared Followill al basso e Matthew Followill alla solista) barbuti, sporchi e cattivi che alcuni hanno salutato come un incrocio neomillenario di Creedence Clearwater Revival e Lynyrd Skynyrd, e che però, alle orecchie di che scrive, appaiono semmai come un solido gruppo punk con le radici ben piantate nella landa (sudista) da cui provengono. La grandezza di “Youth And Young Manhood” risiede, certamente, nella sua freschezza e spontaneità, dovuta alla “giovinezza e alla giovane mascolinità” di cui al titolo. Ma non solo. I Kings convincono soprattutto perché fanno sembrare semplici intrecci voce/chitarra/batteria che banali non sono affatto, perlomeno nel risultato (e chiedete agli Strokes, che fanno sembrare il tutto così dannatamente complicato). E’ bastato ascoltare la “Red Morning Light” d’apertura per mandarci in una fissa che non accenna a dileguarsi: ritmi frenetici, un chorus da vertigine e, dettaglio non da poco, l’incredibile voce tra il lascivo, il vissuto e lo scoglionato di Caleb, con il suo insistente rimprovero ad una ragazza colpevole di darsi via per poco. “Happy Alone” e “Wasted Time”, sullo stesso tono, formano con “Red Morning Light” un trio d’apertura come non si ricordava dai tempi del primo dei Clash. Poi, però, “Joe’s Head” è, volendo, ancora migliore, possibilmente la miglior traccia del disco: messe momentaneamente da parte le (loro) consuete storie di case chiuse e ragazzacce scollacciate di periferia, in questo brano i Kings of Leon ci parlano di omicidi e decapitazioni, su un sottofondo blues sporco prima lento e poi accelerato in cui Caleb dà l’impressione di essere per davvero un pazzo criminale pericoloso. Dall’alto dei cieli, o dal basso degli inferi, ovunque egli sia, Bon Scott degli AC/DC potrà andare certamente orgoglioso di questo giovane turco che a lui (e a John Fogerty dei Creedence) pare palesemente ispirarsi. I Kings of Leon sono invece meno convincenti quando si avventurano per strade diverse dal punk’n’roll sudista in cui eccellono: e così, “California Waiting” è un blando rocketto anni settanta che sa tanto di Tom Petty & the Heartbreakers degli esordi (altro gruppo sudista, peraltro, considerando che Petty e i suoi, prima di trasferirsi ad L.A., erano residenti in Florida); e “Dusty” un ciondolante blues desertico in cui, per la prima volta, la giovane età dei quattro si rivela un impedimento piuttosto che una carta vincente. Ma le lacune terminano qui: “Spiral Staircase” è forse il pezzo più punk e tirato della raccolta, ed è dirompente come pochi; la “lurida” “Molly’s Chambers” è un altro brano con dinamica sospinta e chorus memorabile; e “Holy Roller Novocaine”, in conclusione di disco, ti fa cantare a squarciagola insieme alla tribù dei Followill “Lord’s gonna get us back Lord’s gonna get us back” e quando finisce ti fa tornare immediatamente a riascoltare Track 1, “Red Morning Light” senza soluzione di continuità. ------------ Pare facile, realizzare un disco come “Youth And Young Manhood”, eppur facile non è. E’ per questo, e per tanti altri motivi, che “Youth...”, più che un topolino è un elefante di disco, e con quell’altro “Elephant” che già tutti conoscete, in questo 2003 siamo già a quota due...
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