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Band Of Horses
Infinite Arms
2010
Fat Possum Records
di Andrea Belcastro
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Difficile immaginare un incipit migliore per un disco. Tre canzoni di eccellente qualità, tra ritornelli efficaci, melodie pulite e arrangiamenti curati con raffinata precisione. Il primo singolo Compliments, ma soprattutto brani come Factory e Laredo sono un biglietto da visita assolutamente invidiabile e che invitano nel miglior modo possibile l’ascoltatore ad avventurarsi nella terza, nuova, fatica dei Band Of Horses.
Registrato lo scorso anno (in un arco di ben sedici mesi) tra la California e il North Carolina, la prima novità che Infinite Arms porta in seno è l’assenza del chitarrista Rob Hampton, l’ennesima defezione di una band che rispetto all’esordio ha mantenuto un solo elemento costante, ovvero il leader e asse portante Ben Bridwell. Per una storia che ricorda da vicino quella dei Built To Spill, ancorati al perno rappresentato da Doug Martsch. Bridwell per tutti questi motivi ha parlato di “primo nuovo album dei Band Of Horses”, lo ha fatto forse a ragione, forse a torto. Ma con il beneficio del dubbio è allora giusto (e chissà se forse non andrebbe fatto sempre così) analizzare questo lavoro per ciò che rappresenta nel suo universo compiuto, facendo finta che i precedenti due album non siano mai esistiti. Cosa abbiamo di fronte allora? Escludendo i primi tre brani, di cui abbiamo già tessuto le lodi, ciò che colpisce, e diciamocelo chiaramente lo fa in maniera azzeccata, è la natura pop nuda e cruda che anima ogni singolo brano. Le venature country e le spruzzate rock sono solo orpelli che servono ad esaltare le melodie come l’olio crudo e il sale esaltano anche le più anonime insalate. Solo che qui l’insalata è di prima qualità e nonostante qualche punto un po’ morto (Older e la conclusiva Neighbor) si mantiene ottimamente sopra la piena sufficienza. Anzi le canzoni sembrano cresce di ascolto in ascolto, a dimostrazione che il lavoro in fase di produzione è stato fatto in maniera intelligente, con un occhio sempre indirizzato alla profondità sonora ed emozionale.
Non sarà il capolavoro del 2010, non sarà il miglior disco dei Band Of Horses e forse tra qualche anno non ce lo ricorderemo neanche, ma di sicuro è un album che merita di essere ascoltato e ri-ascoltato. Qualcosa dentro la lascia. Sicuro.
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24/05/2010 -
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