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Jónsi
Go
2010
XL / Parlophone
di Tiziano Mazzenga
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“Volevo fare un album tranquillo, acustico ma ad un certo punto mi sono sentito come esplodere”. Qui la recensione potrebbe già finire, perché il leader e cantante dei Sigur Ròs spiega dal suo sito tutto quello che succede nell'album e quello che probabilmente è successo in Með suð í eyrum við spilum endalaust. Ma qui tutto è troppo bello per poter finire in una riga. Jònsi Birgisson si avvale della collaborazione del suo ragazzo Alex Somers per chitarra e piano, del creatore dei pattern ritmici dei Mùm Samuli Kosminen alla batteria e del tuttofare Nico Muhly agli arrangiamenti, vista l'amicizia e l'ottimo lavoro di quest'ultimo nelle ultime opere di Antony and the Johnsons e Grizzly Bear.
La sensazione che si ha premendo il tasto play è che Jònsi abbia proseguito il lavoro iniziato con l'ultimo album del suo gruppo: le prime due tracce sembrano sorelle di quelle Gobbledigook e Inní Mér Syngur Vitleysingur che ci avevano tanto colpito per ariosità e limpidezza, mostrando un lato dei Sigùr Ròs che ignoravamo. Ma le schematizzazioni non hanno mai fatto parte del carattere dell'islandese, che confeziona un album che si può definire pop solo per la struttura della forma canzone, per l'utilizzo massiccio dell'inglese (apparso per la prima volta solo in All Allright, l'ultima di ... spilum endalaust) e per i toni decisamente più leggeri rispetto a quelli che ci aveva abituato la band della terra dei vulcani.
Piccoli gioielli di spensieratezza compongono l'inizio dell'album, dove le efficaci ritmiche di Kosminen, i deliziosi orpelli di fiati e archi, la voce da regalare ai posteri di Jònsi segnano un risveglio emotivo, seguito a ruota da mani e piedi che non riescono a stare fermi. Filastrocche sincopate e incredibilmente raggianti queste Go Do e Animal Arithmetic. La migliore definizione di pop per l'islandese arriva però con Boy Lilikoi: la marcetta tra flauti, violini, xilofoni e farfalle che facendo coppia con Sinking Friendship e Around Us segnano l'eccellente livello di orchestrazione a cui Muhly si è dedicato. Appaiono più vicine ai territori sigurròsiani, ma non per questo da non sottovalutare, pezzi languidi ed evocativi come Tornado e Grow Till Tall. Ma è con Kolnidur (uno dei due pezzi cantati dall'islandese nella sua lingua madre) che si tocca l'apice del disco: con struggente maestria confeziona un pezzo spettrale degno delle sue composizioni principe, fatto di legni, piano e riverberi di chitarra.
Quasi un anno dopo “Jònsi & Alex”, Birgisson continua la propria strada parallela da solista, con pezzi scritti mentre lavorava sull'ultima opera dei Sigur Ròs. Ma il campanello di allarme fortunatamente non è suonato fra i ghiacciai islandesi: infatti non si è mai parlato di separazione per il gruppo. Anzi il suono della band ritorna qui e là nell'album del suo leader, che sperimenta con discreto successo nuovi lidi melodici per una delle più concrete esperienze musicali dell'ultimo decennio.
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17/05/2010 -
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