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Terzo e ultimo disco per gli LCD Soundsystem. Il primo decennio del duemila sembrerebbe essere stato totalmente affidato a James Murphy. Il ragazzo si è fatto conoscere prima in veste di punkettone e di dj, e poi in quelle di strumentista e di produttore a fianco di personaggi di prima statura. Più che fortunato è stato, infatti, lo sposalizio con Tim Goldsworthy, più che braccata è stata la conseguente nascita della Dfa e più che attente sono le sue attuali adozioni: una nutrita serie di band autorevoli per stile ed influenze che rimarranno il marchio di fabbrica della label statunitense. Rapture, Hot Chip, Black Dice, Juan Mclean, Hercules And Love Affair, Shocking Pinks, Holy Ghost!, Prinzhorn Dance School, YACHT, rappresentano una setta discografica quasi intoccabile. Per non parlare, poi, dei copiosi remixes prodotti da Murphy: che quelli di Le Tigre, Arthur Russell e Radio 4 valgano, fra tutti, come messaggio in codice.
Prendi ritmi spasmodici, prendi l’ansia della wave, prendi un cantato sincopato e sconnesso. Prendi, insomma, le conversazioni frastagliate di Mark E. Smith e il rigore dei Wire, scagliaci dentro le venature funk dei Talking Heads e chiudi, infine, il coperchio con la disco newyorkese. L’intervallo fra questi è risolto con l’arrivo del primo album portato in spalla da Murphy: si dice, ora, che il punk e i Daft Punk siano di casa dagli LCD Soundsystem (2005). Ma nell’omonimo lavoro, la vera presentazione arriva con Losing My Edge, pezzo che regolamenta più degli altri la policy della band (…I’m losing my edge to the art-school Brooklynites in little jackets and borrowed nostalgia for the unremembered eighties / But I was there / I was there in 1974 at the first Suicide practices in a loft in New York City / I was the first guy playing Daft Punk to the rock kids / I played it at CBGB’s / Everybody thought I was crazy / We all know / I was there / I’ve never been wrong). Per non parlare di quell’altra chicca che è Yeah (Crass version), centro e origine di tutto il codice Lcd/Dfa. L’ennesima questione newyorkese di flipper fra musiche è, anche, Sound Of Silver(2007). E a questo punto si capisce bene che l’inconfessata New York del post-punk non sarà più un segreto destinato a rimanere incustodito, specie grazie alla funzione commerciale assunta dalla Dfa.
Ora si tratta semplicemente (e senza particolari prospettive direzionali) di far rivivere giusto un po’ la vecchia scuola prima di levare le tende. Fedele agli insegnamenti di vita, anche questa volta Murphy guadagna un formato-canzone sugli impianti di sempre. Nonostante sia passato il momento magico, piaccia o meno, This Is Happening è un album espressivamente più che funzionale, e lo è, in parte, proprio nella misura in cui riesce normale, regolare e quasi più delineato rispetto ai precedenti lavori. Si inizia ballando pulito. Il funky jam di Dance Yourself Clean sgancia un’apertura limitata da frammenti percussivi minimali che deraglia alla metà dei suoi nove minuti, per poi ricomporsi nuovamente bassa sul finale (in assoluto l’ascolto migliore dell’album). Il canovaccio si dipana con Drunk Girls (probabile versione femminile di North American Scum). Riguarda gente un po’ bevuta ma in realtà dice Murphy «parla di tutti i ragazzi che hanno registrato con me nella casa di Los Angeles. Il nostro cuoco ci chiamava ‘le ragazze’ e noi siamo state le signore della villa». Questione di tecnica è One Touch: tanto house-feeling e un fraseggio specializzato per il pubblico della pista (One touch is never enough / People who need people are just people who need people…). Le folate melodiche arrivano, puntuali, con All I Want e I Can Change, ed è subito ritorno di sentimento. Va decisamente meglio con You Wanted A Hit che, raggiungendo la vetta dei nove minuti e dodici secondi, porta con sé lo scettro delle fantasticherie: squassata da picchi aguzzi di chitarra, la traccia svetta su tutto il resto per spirito, accelerazione e pressione del lick vocale. Pow Pow pare mirare agli alchimisti della ‘disco-samba’, ma è in buona sostanza un ritorno al classico parlato di matrice Dfa che occhieggia più alla dance che ad altro. Somebody’s Calling Me è praticamente Night Clubbing di Iggy Pop. Come d’abitudine il finale arriva distaccato e malinconico. Le consuetudini dance-beat ora possono dirsi totalmente corroborate da Home: dolce sbornia conclusiva che riveste una rassegnazione imbottita di miraggio.
Caro James, le carte le hai sapute mischiare davvero bene, peccato solo che ora, il carrozzone p/funk sia ad uso e consumo dei gonzi. Ma grazie e a presto comunque (perché figurarsi se non ci rivedremo in un modo o in un altro primo o poi). Reduci da un gigantesco ‘sound system’ non ci resta che tornare a casa per davvero... Ad avercele ancora di band così, ad avercele avute di più di schegge così.
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