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C'era una grande attesa per questo disco, diciamo pure senza mezzi termini che praticamente tutti aspettavano di sentire cosa gli Strokes avrebbero tirato fuori come successore di quel fantastico caposaldo del nuovo rock che è "Is This It", fulminante debutto dove il gruppo di New York, tra Lou Reed e i Television, apporta una fresca (vecchia) ventata d'aria al panorama mondiale. Da lì, l'ensemble ha capito che avrebbe dovuto dimostrare al mondo che non erano solo una stupida marchetta commerciale, ma un gruppo vero e proprio, con un'identità ed una continuità musicale legata ad un'idea ben precisa. La dimostrazione del fatto che oramai gli Strokes sono una realtà, sta nel fallimento delle session con Nigel Godrich, infatti un produttore come lui - praticamente il sesto membro dei Radiohead - ha davvero pochi punti di coesione con il ruvido sound metropolitano della band. Quindi? Quindi "Room On Fire" sa di Strokes dall'inizio alla fine, senza cambi, senza nessun ammiccamento a generi non propri e con una rilevante sorpresa: nonostante sia oggettivamente simile ad "Is This It", il disco è davvero notevole, certo, non come il suo predecessore, ma diretto e affascinante, proprio le caratteristiche che han fatto del gruppo un fenomeno musicale e di costume. Anche qui non mancano i brani memorabili, costruiti su riff scarni ed essenziali, supportati da una linea ritmica marcata e minimale ed arricchiti dalla voce di Julian Casablancas, una delle ultime voci veramente riconoscibili e caratteristiche. "Reptilia" e "12:51" sono le dimostrazioni di tutto ciò; dalla potenza della prima canzone - che tanto ci ricorda Tom Verlaine - alla sghemba dolcezza della seconda, che viaggia dalle parti di un ispirato Lou Reed classe 1972. L'ispirazione naif del progetto si nota nelle esecuzioni di "Meet Me In The Bathroom" e "Under Control", dove le sonorità lo-fi - che rimandano oltretutto a certi Pavement - sottolineano l'ingenua purezza ed autentica voglia di rock dei cinque ragazzi, voglia che non viene smentita dalle conclusive "The End Has No End", "The Way It Is" (macchiata da un organetto e caratterizzata da un incedere punk davvero notevole) e "I Can't Win", scarna ed acida come nella migliore - si può dire - tradizione Strokes. Certo, non c'è niente che già non ci sia in "Is This It", ma la validità di "Room On Fire" è data dal fatto che il gruppo di Casablancas è consapevole dei propri limiti e sa che per fare bene le cose deve solamente essere se stesso e fare quello che riesce loro meglio, quindi, non stupitevi del sound datato del disco o dalle sonorità pressoché identiche dei due dischi, perchè è l'unica cosa che dagli Strokes potevamo attendere. Ma sinceramente, non attendevamo di meglio!
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