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Deftones
Diamond Eyes
2010
Reprise
di Nicholas Matteucci
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Nulla (o comunque poco) di nuovo sul fronte orientale, dove per orientale si intende Sacramento (California) patria dei Deftones.
Diamond Eyes era già stato furbescamente presentato dal cantante e frontman Chino Moreno come “un incrocio tra Around The Fur e White Pony”, che (putacaso) sono stati i lavori che hanno unito in un'approvazione univoca sia pubblico che critica, oltre a coincidere con il successo commerciale della band. In un certo senso è come dice lui, in un altro senso ancora è il frutto di una ricetta collaudata, quest'album raccoglie tutto ciò che ha reso celebri e tutto quello che ci si può aspettare dai Deftones, senza lasciare spazio alcuno all'immaginazione. I chitarroni pesanti variano di intensità a seconda dei pezzi, toccando punte massime che ricordano le distorsioni dei Pantera, per poi ammorbidirsi all'occorrenza di pari passo con la voce di Moreno che alterna acute urla a suadenti linee melodiche. Nel suo complesso il disco risulta tendente ad un sound tosto, lo dimostra il primo singolo estratto Rocket Skates, ma anche altri pezzi come Royal, CMND/CTRL, You've Seen The Butcher e la stessa title track, nonché secondo singolo, caratterizzati da un sound particolarmente heavy e cantati molto rabbiosi, anche se nel caso di Diamond Eyes il brano si presta maggiormente al ruolo di portabandiera, concedendosi alla melodia molto orecchiabile del ritornello. Chiuso il capitolo duro si apre quello delle vie di mezzo con sonorità più melodiche, che poi altro non è che l'ibrido musicale che rappresenta più di ogni altro lo stile della band americana, è il caso di Beauty School, Risk, 976 Evil e This Place Is Death. Questi pezzi se paragonati a quelli citati sopra non si differenziano in maniera così netta, tuttavia sono palesemente privi di quella componente heavy che li spoglia di tutta l'aggressività sonora, lasciandogli un velo di malinconia che sarebbe meglio chiamare nu-grunge piuttosto che nu metal.
L'eccezione è rappresentata da Prince che pur non risultando come una mosca bianca si distingue per l'affinità con sonorità più industrial. La perla del disco è Sextape, se non altro perchè prende le distanze dal resto della track list con un sound che ispira un'intima dolcezza impostata su una linea melodica prettamente leggiadra della chitarra di Stephen Carpenter.
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06/05/2010 -
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