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Impossibile restare indifferenti di fronte alla grana a tratti sottile, sottilissima, ma così visceralmente densa del talento di Mr Everett, l’uomo che ormai da un bel po’ di anni si fa chiamare semplicemente Mr. E. Così, pochi mesi dopo Hombre Lobo, l’ultimo lavoro uscito nel 2009, ecco End Times, nuovo disco a nome Eels, una delle band seminali per tanto indie rock americano dagli anni ’90 fino ad oggi.
End Times è un disco malinconico, solitario, un disco carico di sfregi quando non di ferite, che si arrampica sui ricordi di un amore, quelli dettati dalla fine dello stesso amore, e dai suoi inevitabili tormenti. Uomo dalla storia personale drammatica segnata da dolorosi lutti in famiglia, Mr E tira fuori una specie di Nebraska di storie intime e tormentate appunto, raccontando con sonorità acustiche, da quattro piste, con pochissime aggiunte di altri strumenti e strumentisti, oltre alle chitarre (acustiche pizzicate ed elettriche praticamente prive di effetti, con distorsioni più o meno calibrate) e la sua voce come al solito invece filtratissima, con un effetto low-fi, sgranatissimo, ruvido, come sempre intensissimo. Il segreto di Mr E è sempre lo stesso: riuscire pur raccontando mille storie a raccontare ancora una sua storia, la sua storia. Oppure volendola vedere da un’altra angolazione, raccontando sempre la sua storia, riuscire in ogni caso a disegnarne mille altre dentro quella. Il racconto si muove dall’esordio di The Beginning, già malinconicamente rarefatto, a recuperare un breve tenero ricordo dell’inizio della vicenda che gioco forza, come si intuisce già dal titolo finirà male (qualora si volesse ignorare la storia personale di Everett separatosi in questi anni dalla moglie. Altra ennesima separazione delle tante, anche più dolorose che ne hanno segnato l’esistenza), e a parte due o tre momenti “spinti”, elettrici, come Gone Man (che subito vira la dolce malinconia dell’apertura in amara presa di coscienza) o il bluesaccio in bassa fedeltà, Paradise Blues, e ancora la rabbia a colpi di chitarra e hammond di Unhinged, trova rifugio nella penombra da scantinato dove forse gli stessi brani hanno trovato vita e ispirazione, attaccati disperatamente ad un neppure troppo immaginario quattro piste. Quasi tristemente scanzonato in Mansions Of Los Feliz, voce e chitarra in melodico trasporto, un pianoforte livido per la bellissima A Line In The Dirt, per diventare cupo e solitario in End Times, e nella quasi straziante Nowadays, con tanto di armonica alla Dylan.
Quasi incurante che la resa dei singoli brani possa essere più o meno calibrata, che possa perdere di lucentezza, adagiandosi o arenandosi in alcuni momenti stanchi o un po’ sfuocati, Mr. E (oops, volevamo dire gli Eels) punta al quadro complessivo, alla sensazione che lascia, all’amore che, cantato a ruvidi versi dalla sua bocca, diventa amaro in bocca. Come a dire che la qualità passa in secondo piano di fronte alla lucida camminata tra le macerie di un amore. Eppure una I Need A Mother tutta voce e piano è quasi talento puro, così come Little Bird è distillato purissimo degli Eels dei tempi di Blinking Lights, e ti lascia il segno. Fino al finale a tinte fumose, notturne di On My Feet, mani sul volante, finestrini abbassati, che col suo andamento in tre e il suo docile arpeggio ricorda certi San Valentini del Tunnel dell’Amore springsteeniano.
L’incanto nasce ancora una volta dal dramma per gli Eels e per il loro leader Mr E, ma dalla solitudine della sua cantina e del suo registratore casalingo nasce anche stavolta un lavoro sincero e carico di malinconica bellezza.
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