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Bisogna riconoscere a Casper Clausen, e al collettivo danese tutto, la capacità di sapersi mantenere sempre abbastanza ‘alticci’ soprattutto in fatto di stile, dove anche nei momenti meno entusiasmanti, riescono sempre ad uscirne fuori attraverso note positive.
Anche in questa terza prova gli Efterklang si presentano lucidi, misurati e fin troppo attenti al gancio melodico. Il che non è un male ma forse neppure totalmente un bene. Magic Chairs è a tratti un album medio, forse anche per ragioni ‘musicalmente medie’ legate, cioè, alla metodica della struttura del suono. Si attende, si attende, si attende ma in conclusione pare non arrivare mai una decisiva manovra di decollo. L’impostazione orchestrale c’è tutta e rivendica sin dall’apertura la sua più totale modalità estetica. Modern Drift apre la scatola dei giochi a dimostrazione di una spinta introduttiva sempre forte delle sue armi migliori: arpeggi, tanta poesia e una già nota creatività bandistica e testuale che sa anche essere, negli ascolti successivi, un po’ malandrina. Alike e I Was Playing Drums sono due classici marchi di fabbrica oltre che unici pezzi versatili dell’album. L’obiettivo è stato, anche questa volta, probabilmente raggiunto: a prendere forma è una distesa di percussioni e fiati che seguono il tracciato dreamy del pop scandinavo. E se Raincoats mantiene bene il tiro dell’album con riffettini di fiati che pacati si volatilizzano in un nulla, The Soft Beating sagoma con continuità rimuginii vocali eccessivamente ligi al copione. Harmonics finalmente disturba le regole del gioco e sferraglia in avanti con una ritmica sincopata che costruita principalmente sulle response dei cori, restituisce, in perfetto tono confidenziale, un specie di meta-canto criptico (cioè, un canto dentro un canto, dentro un canto!). Si incorre, subito dopo nel pericolo di essere già un po’ stanchi con Mirror Mirror e Natural Tune, due pezzi che si strascicano via in modo piatto e troppo in lungo. A smorzare l’intensità dei toni con atmosfere più gioviali ci pensano Scandinavian Love e quel gioiellino di saliscendi lirici-melodici che è Full Moon.
Questa è la lista conclusiva dei dieci brani di un album che, in totale, resta sommariamente conservatore nella sostanza e pressappoco discutibile nella forma. Ciò che rimane da insinuare, è che nonostante la buona strutturazione degli arrangiamenti orchestrali, l’ascolto di Magic Chairs non è che scorra via poi così tanto liscio, anzi a tratti si fatica a trovare il trait d’union delle parti. La musica degli Efterklang continua a calarsi in un mood intimo ed immaginario ma, almeno al momento, si presenta anche come leggermente intorpidita in una forma canzone che sembrerebbe non voler decollare mai. Il viaggio potrebbe anche essere leggermente sognante ma senza particolari derive o direzioni maggiormente esplorative di approdo, in generale c’è solo da restare fermi e seduti, accontentandosi per lo più di guardare semplicemente fuori dal finestrino.
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